La scoperta e il lavoro che non c’è

“C’è la crisi, non troverò mai un lavoro”; faccio parte di questa generazione, dove la soluzione più comoda è incolpare il sistema economico che non funziona, i burocrati e le raccomandazioni.

Ammetto di non essere stato esente da certi tipi di discorsi da bar, eppure dentro di me non ci ho mai creduto. Non ho mai creduto nella sfiga di una generazione che si permette di vivere alla grande grazie al boom economico vissuto da nonni e genitori. 

Non ci ho mai creduto perché sono il primo a essere consapevole dell’enorme potenziale che abbiamo a disposizione: abbiamo il mondo davanti e niente che ci possa fermare.

Sembra una frase motivazionale di una major petrolifera, eppure la cosiddetta “generazione low cost”, che in un’ora di volo può essere a Londra per il week end, ha le armi per stupire, ancora più dei “boomer”.

Senza addentrarmi in discorsi filosofici generazionali, noto sempre di più un certo malessere nascosto da un conformismo lavorativo che si fa sempre più pressante e mi sorge una domanda: veniamo davvero valorizzati quando entriamo nel mondo del lavoro? 

La risposta è semplice: no. La velocità delle città, le ristrettezze economiche e di tempo, fanno sì che ogni novellino venga plasmato in un sistema che non sempre risponde al suo potenziale; per fare un esempio sportivo, è come se in una squadra di calcio arrivasse un fantasista, ma per necessità venga messo a fare il difensore. 

In questo modo il nostro fantasista si deve snaturare, in un ruolo che non gli si addice, con la conseguenza che ben presto dimenticherà ciò cha sapeva fare benissimo prima e cercherà di imparare un ruolo per cui non è portato, adattandosi.

L’adattamento è spesso visto in maniera positiva in ambito aziendale, io tuttavia non riesco che a vedere un’accezione negativa: adattarsi è positivo nel breve periodo, per far fronte ad eventuali emergenze. Nel lungo periodo l’adattamento può diventare dannoso sia per la persona che per l’azienda.

Perché quel fantasista che si sta facendo in quattro per diventare un difensore affidabile è consapevole che il talento che aveva prima non lo troverà più in quel nuovo ruolo, relegandosi nella mediocrità di un gregario che non ha avuto il coraggio di aspettare l’occasione di trovare una squadra che credesse in lui, senza snaturarlo.

Chiusa la metafora calcistica, mi riaggancio alla domanda iniziale e ne pongo una nuova: perché non tutti hanno la fortuna di essere valorizzati nel mondo del lavoro? Perché serpeggia in molti giovani un malessere che il più delle volte li porta a fantasticare a una fuga all’estero?

Certo, l’estero, il fascino dell’esotico e la promessa di una valorizzazione, anche in termini economici, che nel nostro paese non c’è.

Penso che il primo passo spetti a noi, alla consapevolezza che alla base di tutto si nasconde un percorso interiore che ci porti a conoscere le nostre potenzialità che, credetemi, molte delle persone che conosco neanche sa di avere.

Solo in questo modo, sbagliando, trovando nuove strade e giocando anche fuori ruolo, possiamo arrivare a quell’autocoscienza che manca.

Non sono un amante del termine “gavetta”, lo trovo ancorato alla generazione precedente e al mito del “self made man” che al giorno d’oggi è sempre più raro. Penso che se c’è del talento debba venire premiato, a prescindere dal percorso lavorativo. Tuttavia, io per primo devo ringraziare chi mi ha sbattuto porte in faccia e mi ha fatto giocare in un ruolo non mio, perché solo così ho potuto capire il mio potenziale che, ammetto, rimane per la maggior parte inesplorato.

Siamo la generazione “low cost”, viaggiamo molto e amiamo scoprire nuovi continenti, come dei moderni esploratori, armati di smartphone, zaino e scarpe adidas. Il prossimo passo è scoprire noi stessi e l’enorme potenziale che abbiamo.

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