Condividere o comunicare?

È stata una delle prime promesse che mi sono fatto aprendo questo blog: essere me stesso. Senza filtri perché non ne abbiamo più bisogno, soprattutto ora che comunicare è diventata un’esigenza per molti, alla pari di bere e mangiare.

Sicuramente con la tecnologia che abbiamo a disposizione abbiamo un grosso vantaggio, soprattutto in termini di velocità. Condividere con molte persone un pensiero, una foto, un momento, non è mai stato così facile.

Parlo di condividere, non comunicare. Perché penso che ci sia un grande malinteso, in molti di noi, su quello che vuol dire “comunicazione”.

La velocità a cui siamo abituati pregiudica la qualità del messaggio che, troppe volte, perde sfumature, efficacia, autenticità, a causa di filtri spesso inutili.

Così, il più delle volte, quando vorremmo davvero comunicare, ci limitiamo a “condividere” un conformismo che fa perdere l’essenza della persona, quell’unicità che rende la comunicazione davvero efficace.

Senza cadere nell’abusato slogan “essere anziché apparire”, la realtà spesso ci costringe a veicolare il nostro messaggio ricorrendo a compromessi, dettati più dal buon senso che dalla coscienza sociale.

Tuttavia, dal mio punto di vista esiste un modo di comunicare che non può essere frainteso: l’arte.

Per arte intendo tutte quelle forme di espressione della persona che vanno dalla pittura alla danza, dalla musica alla scrittura, passando per cucina e sport. 

Solo in questo modo ci rendiamo veramente liberi da quel “velo di Maya” che ci impedisce una comunicazione reale, umana.

Córdoba, Spain

Sono una di quelle persone che considera tutto arte, tutto ciò che emoziona, indipendente dal mezzo, perché metto al centro la persona e la sua unicità.

Faccio un esempio musicale, forse poco noto a molti, ma per me molto significativo: Hope Sandoval, frontwoman del gruppo Mazzy Star.

Una voce eterea, ipnotica, icona di un gruppo che negli anni ’90 ha accompagnato le speranze e le preoccupazioni di molti giovani che si affacciavano al nuovo millennio.

La voce fatata di Hope portava a una dimensione onirica, in cui chi ascoltava veniva inevitabilmente trascinato in atmosfere lontane e struggenti.

Durante i concerti rimaneva quasi immobile sul palco, nascondendosi dietro il microfono, rendendo difficile la distinzione fra la timidezza e il mistero di una musa ammaliatrice.

Lei stessa ammise più volte di essere nervosa sul palco, preferendo di gran lunga le registrazioni in studio, a conferma di un personaggio riservato, che non faceva nulla per nascondere il suo carattere, ben lontano dall’esuberanza della classica “ragazza immagine”.

Il segreto della comunicazione di Hope come artista è proprio questo: la consapevolezza di sé che le permette di esprimere la sua riservatezza in un modo unico, coinvolgente e potente come solo l’autenticità può essere.

Personalmente mi sono sempre sentito vicino a lei, pur non conoscendola, perché non sono mai stato un istrione, preferivo fare un passo indietro rispetto alla popolarità, senza espormi mai completamente.

Col tempo ho capito che proprio questo modo di essere mi rappresentava e non doveva essere un limite, anzi, poteva diventare un’opportunità.

Non tutti abbiamo la fortuna di avere un impatto su così tante persone, come solo certi artisti possono avere, eppure nel nostro piccolo possiamo ogni giorno cercare di scoprire la nostra arte, per far sì che la nostra “condivisione” diventi “comunicazione”, e che arrivi davvero a qualcuno, indipendentemente dalla sua velocità.

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