Bonus felicità

Esordisco svelandovi una cosa che ho scoperto da non molto, sulla mia pelle, in fatto di musica: suonare facendo del proprio meglio è indispensabile ma non è tutto e non è nemmeno la parte più importante.

Facendo un breve riassunto, molto molto sintetico, quando andate a sentire un concerto di musica classica vi trovate davanti una persona (o un gruppo) che esegue qualcosa e, se avete la fortuna e l’onore di essere degli assidui frequentatori di questi eventi, vi sarà sicuramente capitato di apprezzare molte e differenti realtà artistiche.“Quel pianista non ne ha sbagliata una!” oppure “però, che musicalità…” sono, sempre a grandissime linee, le principali considerazioni che possiamo sentir fare dai nostri vicini di poltrona nel corso dell’intervallo o in coda uscendo dalla sala…(oltre ai consueti vecchietti che scartano le cartine delle caramelle, ovviamente!!).

Ma cosa ci colpisce subito di qualcuno che sta suonando? Cosa fa veramente la differenza? Perchè la stessa cosa suonata da due persone diverse ci fa percepire sensazioni diverse?

E’ qui che posso provare a spiegarvi perchè suonare facendo del proprio meglio non è tutto.

Il grande paragone che mi azzardo a fare è in realtà abbastanza semplice ma mi ha permesso di “mettermi l’anima in pace” riguardo a certi aspetti della mia formazione musicale e spero possa essere utile anche a voi, anche fuori da questo campo.
Dunque, pensate alla persona che amate di più in assoluto, pensate al perchè vi fa provare questo sentimento. Ci sono volte in cui questa molla d’affetto viene parzialmente offuscata perchè magari si litiga, ci si scontra, accade qualcosa di veramente brutto e quando questo succede l’augurio è sempre quello di poter riconoscere le colonne portanti della relazione che danno comunque la tranquillità per dire “mi fa innervosire da morire, però quello che sa trasmettermi vale molto di più”. Come in tutte le cose, si tratta di compromessi. Si cerca di capire cosa è importante e cosa, in una certa misura, si può “scusare”.

Andrea Caenazzo, Jump

E’ così nella vita e anche in musica.

I difetti ci possono certamente limitare ma non determinano mai il fallimento (in qualsiasi campo) se ne siamo consapevoli e sappiamo come tirarcene fuori, come gestirli o come compensarli.
Aggrappandomi a questo, io penso veramente che avesse ragione Beethoven quando diceva che “suonare una nota sbagliata è insignificante ma suonare senza passione è ingiustificabile”. Dobbiamo avere l’umiltà di mettere a nudo i nostri sentimenti. Dobbiamo essere talmente umili da accettare che possiamo non essere perfetti ma, nonostante questo, possiamo riuscire a trasmettere qualcosa a qualcuno che, fiducioso e assetato di emozioni, si è presentato ad ascoltarci.

Il mestiere dell’artista, come ho già detto in altre occasioni, è certamente un lavoro come gli altri ma ha anche lo scopo e il grande privilegio di arricchire le persone con qualcosa che non è tangibile. Parlo di tutti i tasselli che costituiscono la nostra sensibilità. Perciò, se assistiamo alla performance di qualcuno che sa trasmetterci qualcosa facendo incastrare tutti i pezzi del nostro puzzle emotivo non avrà importanza che questa persona abbia fatto qualche errore, sbagliato alcune note. Errare è umano, come sappiamo. E il grande spettacolo è proprio questo: è talmente umano e comune che ci concede la possibilità di migliorarci e accettarci in qualsiasi momento.

Essere perfetti dal punto di vista tecnico, eseguire correttamente tutto è sicuramente un punto di forza, ma personalmente credo che la grande caratteristica che ci fa decidere per l’una o per l’altra esecuzione di uno stesso brano sia influenzata per la gran parte da quel “qualcosa”. Una parte di noi, delle nostre emozioni, della nostra vita addirittura. Quel “qualcosa” di extra, il contenuto speciale che ci caratterizza e che abbiamo costruito coltivando la gioia e la felicità nel fare musica.

Perciò, con tutto l’altruismo e l’umiltà possibile mi auguro che queste riflessioni vi abbiano fatto venire voglia di ascoltare della musica che non conoscevate ma mi auguro soprattutto che vi abbiano fatto capire che, almeno secondo il mio personalissimo parere, si può essere realizzati nel proprio lavoro ed essere delle persone felici nonostante le imperfezioni che ci caratterizzano.

Anzi, forse grazie a queste imperfezioni possiamo esserlo ancora di più.

P.S. Se volete arricchire il patrimonio delle vostre emozioni vi consiglio di ascoltare il Preludio al 1° atto dell’opera “Lohengrin” di Richard Wagner. Mi ha guidata nel far scorrere questi pensieri e nel trasformarli in parole e spero possa concedere la stessa fortuna anche a voi. Buona musica!

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