Proteste negli USA: riguardano tutti noi

La storia del mondo ha tante facce, ma è una storia sola

Il fascino della lotta politica oltreoceano

Contesto: Piazza Capitaniato, una piazza storica di Padova, sede del dipartimento universitario di Filosofia, Sociologia e Pedagogia. Se ci arrivi da Piazza dei Signori percepirai subito un cambio di “vibe”. Piazza dei signori è signorile, i muri puliti, lo spritz al tavolino ti costa €5,00 (e per Padova, è tanto). Piazza Capitaniato, per altro uno dei miei luoghi preferiti, è la tipica piazza stile “centro sociale”, tanti ragazzi, tendenzialmente di sinistra, in piedi e seduti a terra, impegnati in discorsi politici, dread, cannabis…insomma ci siamo capiti.

Non sorprende, dunque, che i muri di Piazza Capitaniato siano spesso imbrattati di scritte, che circolano tanti volantini su diversi eventi, proteste. Nel periodo che ho vissuto a Padova, alcuni di questi messaggi mi hanno particolarmente colpita. Uno stencil, senza tempo, su una colonna dice “la lotta è fica”. Dei graffiti sull’edificio di filosofia denunciavano il governo spagnolo, etichettandolo fascista nei confronti della Catalogna (magari l’ha scritto uno studente Erasmus?). Dei poster denunciavano ancora l’invasione statunitense dell’Iraq. Un altro gli attacchi in Siria. Io ho studiato scienze politiche negli Stati Uniti (dove in parte sono cresciuta), e tutti questi argomenti li ho seguiti anche io personalmente perché mi interessano.

AP Photo/Francois Mori

Ma mi chiedo, oggi più che mai, “perché siamo così affascinati dalla lotta politica che avviene lontano da casa”? Me lo chiedo in primis a me stessa, perché anche io mi sento identificata. Ricordo i racconti di mio papà, che da giovane sentiva un profondo senso di solidarietà nei confronti della rivoluzione socialista di Salvador Allende in Cile, delle proteste contro la guerra in Vietnam. E mi vengono i brividi di emozione solo ad ascoltarlo.

Credo che le risposte si allaccino a due grandi filoni. 

Il primo è il forte sensazionalismo. Per quanto riguarda la morte di George Floyd, e tutte le proteste avvenute nelle ultime settimane contro il razzismo e la violenza da parte della polizia, tutti noi altri seguiamo con attenzione e anche un po’ di furore. Che cosa, di preciso? Osserviamo come il gigante (gli Stati Uniti), che un po’ odiamo ma un po’ anche invidiamo, inizia a barcollare mentre imbocca la strada del declino. Vediamo che questa società dalla bandiera stellata, che si ritiene la migliore al mondo, ha anch’essa un tallone di Achille. E questo in sé è sensazionale. 

Ma il sensazionalismo delle proteste internazionali è anche un altro. È quel senso di solidarietà, quella grandiosa sensazione di far parte di una collettività che si impone alle ingiustizie del mondo. Perché in fondo, come disse Martin Luther King, “l’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque”.

Se così fosse, però, allora è importante guardarsi allo specchio. L’altro motivo per cui, a mio avviso, tendiamo ad emozionarci, arrabbiarci, e impegnarci a volte di più per questioni “lontane” è che non ci sentiamo direttamente coinvolti. È più facile puntare il dito contro un nemico lontano, e forse è anche più facile empatizzare con un amico lontano. Non è anche per questo che preferiamo andare a fare “volontariato” nei paesi del “terzo mondo”? 

E allora, come dicono i muri di Piazza Capitaniato, “la lotta è fica”. Ma la lotta altrui lo è ancora di più. Cosa rimane, dunque, della lotta che abbiamo sotto i nostri occhi?

 

Mezzo millennio di colonialismo europeo: di cosa stiamo parlando?

Vediamo di rivisitare alcune date importanti, così per rinfrescarci la mente. 

1947 l’India ottiene l’Indipendenza dal colonialismo inglese e l’Eritrea dal colonialismo italiano

1949 l’Indonesia ottiene l’indipendenza dal colonialismo olandese

1960 la Somalia ottiene l’indipendenza dal colonialismo italiano

1962 il Ruanda ottiene l’indipendenza dal colonialismo belga e l’Algeria dal colonialismo francese

Potrei continuare, ma sappiamo tutti che la lista andrebbe avanti a lungo. Non so voi, ma quando ho studiato il periodo coloniale a scuola, il metodo con cui mi è stato spiegato si avvicina pressappoco alla mappa dell’Africa qua a destra raffigurata. Tante date, tante mappe colorate che mostravano l’espansione delle principali potenze Europee. La storia che mi è stata raccontata disumanizzando le persone che ne hanno sofferto le conseguenze.

Secondo uno studio, nel 1951 in Gran Bretagna il 60% delle persone non conosceva il nome di nessuna colonia britannica (Younge, 2020, p. 18). Riflettiamoci. 

Se non fosse per delle conversazioni in prima persona, dei film, e della ricerca individuale, come faremmo a capire mai la profondità delle ferite che i nostri paesi hanno inflitto non su un popolo, ma su tre interi continenti? Possiamo permetterci di ignorare il fatto che nel 2020 il malessere dei paesi che chiamiamo “terzo mondo” sia tuttavia strettamente correlato ai secoli di sfruttamento da parte dei paesi europei?

Ci risponde Eduardo Galeano (1940-2015), giornalista, scrittore e saggista uruguaiano. Nel suo classico Le Vene Aperte dell’America Latina (1970) racconta come “dalla scoperta ai nostri giorni, tutto si è trasformato sempre in capitale europeo o, più tardi, nordamericano…Tutto: la terra, i suoi frutti e le sue viscere ricchi di minerali, gli uomini e le loro capacità di lavoro e di consumo, le risorse naturali e le risorse umane”.

Oggi l’Europa si trova in una posizione alquanto scomoda. Scomoda perché, da un lato ha esportato il razzismo ai quattro angoli del mondo per vari secoli. La nostra coscienza non è certamente pulita sotto questo punto di vista. Non per niente oggigiorno, in varie città vengono messe in discussione statue di persone che hanno promosso la colonizzazione e la schiavitù. Questo è un inizio. Ma parliamoci chiaro. L’Europa potrà anche guardare le proteste negli Stati Uniti e dire “almeno qui non accadrebbe mai una morte come quella di George Floyd”. Ma non possiamo certo permetterci, come paese e come Europa, di considerarci moralmente superiori. 

Dopo tutto, dato che giustamente in questi giorni si è parlato del fatto che il razzismo negli Stati Uniti sia un’eredità del periodo della schiavitù, vogliamo fermarci un secondo e chiederci chi sia stato a portarceli gli africani in America?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...