Elogio alla “fuffa”, ovvero sull’incredibile capacità di parlare del nulla

Da laureato in Scienze Politiche ho dovuto più volte scontrarmi con l’acido sarcasmo dei detrattori di una delle arti più longeve della storia che, a ragione o torto, in molti definiscono ironicamente “Scienze delle merendine”, alludendo probabilmente alla mancanza di contenuto delle materie studiate.

Personalmente non l’ho mai trovata un’offesa, piuttosto un sano sfottò paragonabile a quello sportivo di una tifoseria di una fede diversa dalla mia. 

Con il tempo ho infatti imparato che i contenuti tanto innalzati sull’altare della gloria da parte di tanti studenti di facoltà scientifiche sono nulla in confronto alle cosiddette soft skills, che possono essere sviluppate nelle più fantasiose modalità: dallo sport alla musica, dal volontariato alla lettura, senza dimenticare corsi di formazione, seminari e il sempre più sottovalutato network di conoscenze.

Più di qualche volta l’arroganza porta a sopravvalutare il proprio percorso di studi che, inevitabilmente, finisce per mettere in secondo piano le soft skills, fagocitate da una marea di nozioni tecniche senz’anima.

Anima che invece arde in tanti giovani laureati e non che, pur portando sulle spalle il fardello di una preparazione accademica non così centrata lavorativamente parlando, hanno dalla loro la predisposizione ad affrontare in maniera critica qualsiasi problema, non limitandosi ad attingere al loro famoso bagaglio culturale.

Ed arriviamo al dunque, a quel titolo che tanto provocatorio non è: vi siete mai trovati in una situazione in cui venite interrogati su qualcosa che ignorate? E non parlo solo di interrogazioni a sorpresa di storia oppure di un esame di statistica all’università.

Parlo della vita di tutti i giorni, ovvero di quella raffinata capacità che differenzia alcune persone dalle altre nel mondo in cui chi sa “giocare” con la comunicazione ha in mano un potentissimo strumento non solo di business, ma anche di potere politico.

Ad alcuni potrà venire in mente la parola “sofista”, traducibile al giorno d’oggi in modo sbrigativo con “tuttologo”, definizione ben lontana da quella dei maestri di virtù che svilupparono il movimento alla scuola di Zenone di Elea. 

“Sofista” oggi ha infatti perso quella connotazione positiva che poteva avere nell’antichità, racchiudendo in sé quell’aura negativa tipica dei politici e di tutti coloro che il populismo definisce dispregiativamente “politicanti”.

Molti ignorano che la capacità di intrattenere ed incantare le “masse” non è tipica solo degli abili politici, anzi, è sempre più ricercata nel mondo della pubblicità, degli influencer e anche dei media come cinema e serie tv.

Francesco Santoro, Girl with balloon

Faccio un esempio concreto: è notizia recente che la fortunata serie tv spagnola La Casa de Papel ha superato un altro fenomeno degli ultimi anni che è Game of Thrones come telespettatori totali registrati nell’ultima serie. 

Ebbene, il Professore, eccentrico capobanda del gruppo di rapinatori più famoso di sempre, altri non è che l’esempio di un moderno “sofista”, abile incantatore di masse ed incredibile comunicatore che colpisce grazie al sapiente contrasto fra quella goffaggine che crea empatia e la forte passione che smuove gli ideali dei popoli. Sì ma cosa ci comunica?

Nulla, la dialettica che richiama agli ideali della resistenza, tirando in ballo l’italico Bella ciao, è una dialettica assolutamente priva di significati rilevanti che dipinge agli occhi dello spettatore un mondo manicheo che non c’è, dove si divide sommariamente fra buoni e cattivi, perdendo le sfumature di grigio della società ma non dei protagonisti della serie, in continuo equilibrio fra il bene e il male.

La resistenza è solo quella del pubblico, che non può fare a meno di perdersi nel richiamo alle armi di Nairobi o nell’amore tormentato di Tokyo, che fanno dei problemi personali i problemi di un’intera società.

Altro esempio meno evidente di quello che sembra è quello dei social network che coinvolge bene o male tutti noi in prima persona. In particolare mi riferisco ai “nuovi influencer”, ovvero quei giovanissimi che in poco tempo si sono ritrovati una considerevole quantità di follower nelle piattaforme social.

Con l’emergenza coronavirus si sono sprecati gli appelli di personaggi famosi e meno famosi, uniti dall’hashtag #iorestoacasa, invitando i propri fan a fare altrettanto.

Ciò che in molti si sono persi è la sottile abilità di questi “new influencer” che, seguendo l’onda dei più disparati messaggi di solidarietà, si sono riempiti la bocca di riflessioni acrobatiche poi diventate virali che, di fatto non facevano che trasformare in personale un messaggio condiviso precedentemente da milioni di persone, aggiungendosi alla catena di sant’Antonio dei social e accrescendo la propria popolarità col minimo sforzo.

Questo si chiama in gergo “social timing”, ovvero la scelta del momento perfetto per cavalcare un’onda che rischia di diventare virale, sfruttando il proprio carisma e la propria influenza per aggiungere enfasi a un messaggio tanto reiterato da risultare vuoto.

Ultimo esempio, il brand Supreme; in quanti di noi si sono imbattuti almeno una volta in una di quelle t-shirt anonime, bianche con una toppa rossa e pagate a peso d’oro dai ragazzini per poi farci una fortuna col mercato del resell?

Molti brand streetwear hanno puntato sulla strategia della “limited edition” per posizionarsi in una nicchia di mercato appetibile alle nuove generazioni e che allo stesso tempo suscitasse curiosità nei meno giovani.

È una strategia che ha fatto la fortuna di molti brand, come appunto Supreme, ma anche Off White e Palace per citarne altri; testimonial d’eccezione, uniti a uno storytelling che creasse hype nei fan sono state le due armi neanche troppo segrete. Colpi sparati a salve su una folla già attaccata all’amo della noia e del disincanto per una moda sempre più satura di argomenti interessanti da parte delle case più note, che spesso si trovano a collaborare con nomi di nicchia per rinfrescare la propria immagine.

Anche qui, messaggio vuoto, storytelling da paura e tanta, tanta fantasia.

Qual è il segreto? La risposta è solo una: il contenuto. Non solo, il contenuto “confezionato” con la giusta forma.

Perché possiamo trovare lo stesso Rolex in una vetrina di Piazza San Marco o venduto da un ambulante al mercato di Rialto, quale ci sembrerà migliore? 

Non tutti sono capaci di vendere “fuffa” al giorno d’oggi, eppure è proprio di quella che molti hanno bisogno per distinguersi, quando essere diversi diventa una quotidiana lotta per la sopravvivenza, e se il prodotto non può essere rinnovato ecco che entra in ballo la fantasia e l’abilità dei moderni “sofisti”.

L’incredibile capacità di parlare del nulla al giorno d’oggi non è più solo una bellissima provocazione, è una skill da ricercare e da sviluppare, perché, prima o poi, quei contenuti da “Scienze delle merendine” potrebbero rivelarsi una risorsa davvero preziosa.

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Andrea Caenazzo

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