La “cultura” delle emozioni

Nel mezzo dell’inverno più caldo di sempre arriva un dittatore invisibile e tutti, succubi delle sue leggi non razziali, siamo costretti a fermarci. Congeliamo le giornate mettendo le nostre vite in pausa per un tempo indefinito. Per la maggior parte della popolazione mondiale non resta niente da fare se non occuparsi della famiglia, lavorare da casa…e per entrambe le cose ci sarebbe comunque da chiedersi se fosse veramente necessario un virus per dare ad entrambe la giusta importanza.

Ormai quasi tutti abbiamo concretizzato la nostra nuova routine, ma all’inizio di tutto in molti non sapevamo come impiegare il tempo che finalmente e sfortunatamente avevamo a disposizione.

Si è letto per giorni di iniziative promosse dalle più grandi Fondazioni che, con l’entusiasmo e la forza di volontà che contraddistinguono il nostro Paese, hanno fatto arrivare in tutte le case la migliore musica. Persino alcune emittenti televisive si sono dovute “abbassare” a tale esigenza. Così adesso, più o meno in qualunque momento della giornata e in tantissimi siti internet, per rilassarci e non pensare a tutte le brutte notizie che ci circondano è possibile accedere virtualmente e gratuitamente ad una delle nostre maggiori ricchezze: il patrimonio culturale che tutti chiamiamo musica.

E qui veniamo al nocciolo della questione.

Infatti dovete sapere che lavorare nel mondo dell’arte e dello spettacolo continua ad essere una scelta rischiosa perché nessuno solitamente si occupa di noi, dobbiamo arrangiarci e non siamo mai sicuri che perseguire questa strada ci porterà un giorno ad ottenere un lavoro fisso col quale poter mantenere noi e la nostra famiglia.

Che noi artisti e lavoratori dello spettacolo siamo dei morti di fame è ormai leggenda consolidata per la stragrande maggioranza delle persone e ce ne stavamo per convincere anche noi, spinti dalla consueta serie di “si bello, ma di lavoro cosa fai?”, come se fosse davvero solo un hobby, un passatempo qualunque.
A qualcuno forse continua a sfuggire che la nostra professione non ha nulla di diverso dalle altre, che siamo lavoratori uguali agli altri e come tali dovremmo essere considerati. Non parlo di ipotetiche rivoluzioni nella retribuzione, solo di quel rispetto che sta alla base della società e delle relazioni tra persone…(anche se dai, ammettiamolo, se ci pagassero qualcosina in più non diremmo certo di no!!!).

Molti anni fa, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, si è verificato un episodio che dovrebbe far riflettere tutti noi. Il Teatro alla Scala era stato distrutto dai bombardamenti, ma dopo la liberazione venne ricostruito, nel tempo record di un anno, tanto che nel maggio del ’46 venne affidato a Toscanini l’onore di dirigere il primo concerto di rinascita del tempio della musica che più rappresenta l’Italia. Tutti noi conosciamo il coro del “Va, pensiero” pennellato con delicatezza da Verdi all’interno di quella meravigliosa opera d’arte che è “Nabucco”. Le testimonianze dell’epoca ci dicono che il Teatro era pieno, c’era talmente tanta gente che Piazza della Scala e le vie circostanti traboccavano di gente. Quando l’orchestra preparò l’ingresso del coro l’atmosfera divenne estremamente toccante e il pubblico si alzò in piedi, cantò insieme agli artisti, partecipò emozionandosi, piangendo. Divenne il simbolo della rinascita italiana, non solo storicamente ma anche e soprattutto culturalmente.

Giusy Cunsolo, Artist

C’è un modo migliore per sentirci uniti e vicini? C’è qualcosa nelle nostre vite che ci può mettere in contatto tra di noi, profondamente, più di un’emozione condivisa durante un momento difficile?

Io penso di no, come penso che nulla sia paragonabile all’esperienza di fare musica dal vivo insieme, spettatori compresi.
Non importa cosa abbiamo vissuto in passato o cosa ci preoccupa del futuro, se siamo seduti comodamente nella poltroncina di un teatro possiamo solo essere partecipi, grati per quello che altre persone, che siano artisti, registi, scenografi, costumisti, maestranze del teatro, ci stanno donando: il loro lavoro, la loro professionalità.

Ecco perché il nostro mestiere non ha nulla di diverso dagli altri. Facciamo qualcosa per qualcuno. Dedichiamo il nostro tempo. Studiamo anni per imparare come farlo nella maniera giusta. Curiamo le emozioni delle persone. Regaliamo loro tutto il buono che abbiamo da offrire.
Ma, soprattutto, ci siamo sempre. Ci siamo persino ora che non possiamo accogliervi fisicamente nei teatri. Siamo in tutti i dischi che rispolverate, dato che ora ne avete il tempo, in tutte quelle registrazioni che vi fanno dire “questo l’ho già sentito, aspetta che vado a cercarmelo”, siamo in tutti i momenti in cui ascoltare qualcosa vi ha fatto pensare ad altro almeno per 1 minuto della giornata. Vi ricordiamo con delicatezza che le vostre (e le nostre) emozioni non sono mai ingabbiate, prive di libertà. E questa cosa vale da sempre, non solo ora che abbiamo forzatamente più “tempo libero”.

Non è tempo libero, è la base del nostro star bene, la base della libertà di esprimere le nostre emozioni.

Quindi vogliateci bene, ascoltate buona musica, comprate un cd, guardate un’opera in tv…e, quando tutto sarà finito, venite più emozionati, curiosi e partecipi di prima nei teatri e nelle sale da concerto.

Buona Festa della Liberazione, di qualunque tipo essa sia.

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Marina Miola

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