Money for Nothing

Approfittando della pausa forzata di questi ultimi tempi, alcune figure più o meno note del mondo  musicale italiano hanno deciso di levarsi qualche sassolino dalla scarpa.

Tra le tante polemiche sollevate, una mi ha però particolarmente colpito. 

Al centro del dibattito, il cui palcoscenico è stato un ben noto salotto TV, sembrano esserci le dirette live dalla cameretta: durante la quarantena, accanto ai balconi da cui si intonavano inni e canzoni, molti musicisti (professionisti e non) hanno deciso di utilizzare i social network per allietare le giornate del popolo della rete. Sono appunto i live dalla cameretta, basta posizionare una web cam nella propria stanza preferita ed il gioco è fatto.

Scherzi a parte, secondo i detrattori il problema è rappresentato dalla gratuità della performance che andrebbe inevitabilmente a ledere la figura professionale (e aggiungo, gli introiti) del musicista. Esenti dal discorso sembrano essere coloro che hanno scelto di diventare insegnanti di musica, ingegneri del suono etc… Ma questa è un’altra storia.

Ecco quindi le solite paranoiche  domande che molti di noi facciamo: musica, soldi e successo devono per forza andare a braccetto? La bellezza di un album è definita solo dal numero di copie vendute? E ancora: è giusto preservare economicamente i dinosauri della musica (e chi gli ronza attorno) anche se non hanno più niente da dire?

Mi sono subito venute in mente un paio di storie al limite della leggenda che mi hanno sempre commosso e alle quali sono particolarmente legato.

C’era una volta Minneapolis e c’erano una volta Mould, Hart e Norton. Tre ragazzi appassionati di musica che decidono di formare un gruppo Hard Core a seguito di uno dei tanti incontri presso un negozio di dischi della loro città natale.  Nascono così gli Hüsker Dü, espressione norvegese che significa “Ti ricordi?”(ironicamente, molti non li ricorderanno). Hanno avuto il grande merito di traghettare il nichilismo del punk verso forme più melodiche e tematiche più intimistiche, aprendo la strada alle radio universitarie e a tante piccole etichette indipendenti. La loro favola finisce con la fine degli anni ’80 ma Mould, quasi vent’anni dopo, decide di rivisitare alcuni dei luoghi più significativi della band. Scopre così con stupore che nel posto in cui avevano organizzato la loro prima prova oggi sorge un elegante salone di bellezza per signore. Sorride, non è triste.

Lo sa benissimo anche un altro americano, questa volta di origini messicane, Sixto Rodriguez. Nel 1970 viene dato alle stampe il suo primo album, Cold Fact. Snobbato in patria da pubblico e critica, diventa a sua insaputa eroe in Sud Africa. Le sue canzoni rappresentano infatti  la colonna sonora ideale delle proteste anti-Apartheid. Ma niente, fino al 1998 lui ne è completamente ignaro. Tra i suoi stessi fan sud africani cominciano col tempo a serpeggiare diverse fake news riguardanti la vita stessa dell’artista (molti lo davano per morto).

A quasi trent’anni dall’uscita del suo primo album, l’artista scoprirà quindi di essere una star nel paese africano e organizzerà di conseguenza un tour. Non avendo una band, lo stesso gruppo di apertura lo accompagnerà nelle sue esibizioni.

Rodriguez è laureato in filosofia ma nella sua vita ha lavorato spesso come operaio affrontando diverse  difficoltà economiche.

Nel 1970 ha addirittura acquistò una casa per 50 dollari vicino a Woodbridge dove risiede attualmente.

Queste sono alcune delle storie da cui traggo ispirazione. Musicisti che hanno deciso intraprendere un cammino solo per passione, scoprendo magari solo più tardi il riconoscimento da parte del pubblico ed il successo economico.

A volte sono proprio quelle situazioni di difficoltà che ci permettono di tirare fuori il meglio di noi, anche artisticamente parlando. 

Ma poi… perché questo astio e paura verso la tecnologia?

Le nuove tecnologie, se usate correttamente  possono rappresentare un’opportunità se non una possibilità.

Se i social media fossero esisti negli anni ’70, la carriera di Rodriguez sarebbe stata sicuramente diversa. 

La preoccupazione oggigiorno sembra essere quella che per forza di cose ci debba essere un ritorno economico, altrimenti il gioco non vale la candela.

Secondo voi l’hanno pensata così anche gli Hüsker Dü quando hanno fondato la loro band in un negozio di dischi? 

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Davide Vecchi

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