Cronache di un isolamento a Dubai

Sono una delle tante persone che si sono trovate a passare i mesi di restrizioni, quarantena e isolamento lontane dal proprio paese d’origine. Per farla breve: lo scorso gennaio mi sono traferita a Dubai e, a marzo, mi sono ritrovata sola durante la pandemia.

L’ultima volta che sono tornata in Italia era fine febbraio. Ho fatto giusto in tempo a festeggiare il mio compleanno con gli amici di sempre e, pochi giorni prima che chiudessero i confini, sono ripartita per gli Emirati Arabi

È stato strano vedere l’aeroporto di Venezia quasi vuoto alla mia partenza, le mascherine non erano ancora obbligatorie e vedere così tante persone che le indossavano, rendeva ai miei occhi tutto ancora più assurdo e surreale: non mi sarei mai immaginata che quello fosse solo l’inizio.

All’arrivo a Dubai, tutti i passeggeri dell’aereo sono stati sottoposti al test per il coronavirus: un’esperienza che non dimenticherò facilmente. Non tanto per il tampone infilato nel naso, ma per lo scenario da film apocalittico: uomini coperti da capo a piedi come astronauti che armeggiavano davanti a noi fiale e documenti. Telecamere che misuravano la temperatura corporea. Persone che, non appena sentivano il suono di uno starnuto, spruzzavano disinfettante nell’aria neanche fosse acqua santa addosso a un indemoniato. Insomma, quel viaggio di ritorno a Dubai mi aveva fatto capire, in modo brusco e lampante, che stavano cambiando molte cose e viaggiare non sarebbe stato più lo stesso.

Nel giro di pochi giorni, l’Italia dichiarava la propria chiusura: nessuno poteva più entrare o uscire ed io, di conseguenza, restavo fuori. Per la prima volta in una vita di viaggi ed esperienze all’estero non potevo più contare sulla confortante certezza del “se voglio, posso sempre prendere un aereo e tornare a casa”. Ho iniziato a sperimentare una solitudine diversa: essere lontana in un momento di difficoltà e non poterci fare niente. 

 Sarei riuscita a cavarmela da sola a Dubai durante la pandemia? 

Si affacciava davanti a me una parentesi di tempo dalla durata ancora indefinita da passare senza amici, senza chiamate WhatsApp, senza Pan di Stelle, senza ricotta e senza Abbracci, sia quelli Mulino Bianco, sia quelli veri. 

Pochi giorni dopo il mio rientro, a inizio marzo, il governo emirato aveva imposto un coprifuoco: dopo le otto di sera non si poteva più uscire di casa, mentre netturbini e droni volanti passavano per le strade a disinfettare la città. Durante il giorno, il mio cellulare faceva partire un suono di allarme e, qualsiasi cosa io stessi facendo, veniva interrotta da una schermata minacciosa ricoperta di scritte arabe e frasi in inglese scritte che dicevano qualcosa tipo “ATTENZIONE! IL COPRIFUOCO INIZIA ALLE OTTO. STATE A CASA”.

In quei giorni, avevano iniziato anche a chiudere le scuole, palestra, i luoghi di interesse turistico, le piscine e i locali. Poi era stato il turno delle spiagge, delle moschee, dei negozi e dei ristoranti. Il coprifuoco era stato anticipato di un paio d’ore, e poi, a fine del mese, senza preavviso, ci eravamo trovati anche noi chiusi in casa: si poteva uscire solo per motivi di salute o necessità. 

Per molti aspetti, il mio isolamento a Dubai è stato simile a quello dei miei amici italiani: lavoravo da casa, uscivo solo per fare la spesa nel supermercato, la sera leggevo il bollettino della protezione civile e ascoltavo il ministro Conte parlare, dimenticandomi di essere a migliaia di chilometri di distanza. Immaginavo di ritrovarmi in Italia pure io ma la recita durava poco, perché le differenze, seppur cercassi di negarlo, erano parecchie.  

Qui a Dubai la settimana lavorativa inizia di domenica e finisce di giovedì, si è sempre due o tre ore in avanti rispetto all’Italia, il cibo è molto diverso, il clima pure e non si trovano alcolici nei supermercati. 

Forse la soluzione migliore era quella di adattarmi. Ho iniziato così a provare i prodotti locali come il latte di cammello e i datteri al cioccolato. Ho persino iniziato a fare le scale del mio condominio per tenermi in forma, e trenta piani non sono pochi. 

Il lockdown vero e proprio negli Emirati è durato circa tre settimane. In concomitanza con l’inizio del Ramadan, alcune restrizioni sono state eliminate per permettere ai cittadini di religione musulmana di trovarsi a celebrare l’iftar, il pasto in conclusione del digiuno giornaliero, con un limitato numero di familiari.

E mentre anche in Italia i miei amici si riunivano con i propri congiunti, io cercavo il modo per ordinare formaggi e farina da un rivenditore online di prodotti italiani.

In un momento di distrazione, sono riuscita perfino a ordinare per sbaglio venticinque chili di farina. Durante la mia quarantena, ci sono stati momenti di sconforto, biscotti bruciati, torte crude nel mezzo, nostalgia e solitudine, alternati a momenti di soddisfazioni culinarie e personali. 

Ho scoperto di essere molto più indipendente di quello che avrei immaginato. Le favole che leggevo da bambina mi avevano fatto credere che se mai fossi rimasta intrappolata in un’alta torre, nel mio caso un condominio di trenta piani, avrei dovuto aspettare che il principe azzurro venisse a salvarmi. Invece è venuto fuori che mi posso salvarmi da sola, volete mettere la soddisfazione di farcela con le proprie forze? 

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Sofialauraci

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