Straordinariamente Liliana

Sono stata molte volte alla stazione centrale di Milano, l’ultima 3 giorni fa rientrando a casa dopo una bella soddisfazione lavorativa che mi ha fatto affrontare il viaggio con serenità, nonostante la stanchezza.
Come sempre più di un’ora di coincidenza e un miracoloso posto per sedermi. 
Nell’attesa, ho cominciato a guardarmi intorno di nuovo.

24 binari, una media di 120 milioni di passeggeri all’anno e una inconfondibile architettura in grado di accoglierti senza darti troppa confidenza, mantenendoti sempre ad una certa distanza da ciò che hai attorno. Un luogo enorme nel quale ci si sente sempre fuori posto e dove, oggi, nonostante il grande afflusso di viaggiatori, la situazione è quasi sempre sotto controllo.

Binario 21, Milano

Chino la testa guardando il pavimento e nel giro di pochi secondi penso che sotto di me, sotto i miei piedi, sotto tutte le persone presenti nell’atrio principale, 75 anni fa si trovavano centinaia di esseri umani privati della loro dignità e di ogni loro diritto. Non sono riuscita ad allontanare dalla mente le parole lette nel libro “La memoria rende liberi” scritto da Liliana Segre in collaborazione con Enrico Mentana e non potrò mai dimenticare nemmeno il momento in cui, lo scorso dicembre, inquadrarono Liliana tra il pubblico durante la diretta televisiva per la Prima di Tosca dal Teatro alla Scala. Lei, una signora con i capelli bianchi e il viso dolce, mimetizzata in mezzo ad altre centinaia di persone, orgogliosa di ciò che vedeva e ascoltava, nonostante quell’Italia che molti anni fa l’ha privata della libertà di essere una persona.

La sua è una storia che come quella degli altri purtroppo numerosissimi ebrei deportati lascia una cicatrice indelebile e distrugge l’anima.

Liliana venne deportata nel 1944, partendo dal binario 21 della stazione di Milano Centrale.

Memoriale della Shoa, Milano

Il 30 gennaio di quell’anno venne rinchiusa insieme a suo padre e a molti altri prigionieri in un furgone proveniente dal carcere di San Vittore. Arrivò al piano interrato sottostante i binari principali della stazione Centrale, gli stessi dove ho camminato e corso spesso io trascinando la mia valigia nella speranza di non perdere una delle numerose occasioni giornaliere per rientrare a casa. Venne sprangata dentro un vagone con “destinazione ignota”. 

Il mio treno mi ha sempre portata a casa, mentre quello di Liliana l’ha condotta in 7 giorni verso uno degli orrori più atroci della storia e del quale lei è stata testimone, per usare le sue stesse parole, “per la colpa di esser nata”. 

Fu prigioniera nei campi di sterminio di Auschwitz e Malchow. Venne liberata il 1° maggio del ’45, più di un anno dopo la partenza da Milano. Perse tutta la sua famiglia, le rimasero solo due nonni.

Non c’è bisogno di commentare.

Il binario 21 fa parte del Memoriale della Shoah e si trova a pochi passi dalla stazione Centrale costeggiandola esternamente. All’ingresso è stata collocata una parola, “indifferenza”, che Liliana ha spiegato nel corso di un’intervista svoltasi con Fabio Fazio non molto tempo fa: “i ragazzi delle scuole quando arrivano rimangono stupiti, chiedono perché la parola indifferenza. Le nostre guide rispondono: perché la parola indifferenza è più grave della parola violenza”.

Memoriale della Shoa, Milano

Fa tanta rabbia l’indifferenza, molto più della violenza, perché annienta senza pietà ciò che invece, come in questo caso, esigerebbe di essere gridato ogni giorno, urlato in faccia a chi dice che non sta succedendo. L’indifferenza subita da Liliana è un sentimento che ci spinge a riflettere. Ci fa desiderare di capire, di comprendere, di cercare una spiegazione ad una crudeltà simile anche se una giustificazione non ci sarà mai. Liliana ci apre gli occhi facendoci vedere le cose con umanità e soprattutto con dignità, quella che hanno tentato di sradicarle migliaia di volte ma che lei ha custodito ancor più profondamente. 

Oggi questa donna meravigliosa è una cittadina italiana che racconta la sua storia dando fiducia ai giovani, è una moglie, una mamma, una nonna che festeggia il suo novantesimo compleanno avvolta dall’amore della sua famiglia e dall’affetto di milioni di italiani, gli stessi che la Shoah non l’hanno mai negata e che ora non sono più disposti ad essere indifferenti.

Liliana è una persona, non solo una sopravvissuta.

“Ho visto insegnare l’odio, mi ha guarita l’amore”.

Buon compleanno Liliana.

Prima della Tosca alla Scala di Milano (immagini Rai)
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Marina Miola

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