Violence

Willy e la cultura della violenza

Sono purtroppo all’ordine del giorno tristi vicende di cronaca come quella di Willy il ragazzo di origini capoverdiane, ucciso da due giovani lottatori della disciplina nota come “MMA”, nel tentativo di difendere un amico preso di mira in una rissa fuori da un locale. 

Vicende come queste portano a galla l’antico problema dell’abbandono delle periferie e della assenza di uno Stato in grado di prevenire situazioni tragiche, dove chi ci rimette è sempre il più debole. 

Possiamo dirci veramente sorpresi che episodi come questi accadano?

 I due assassini erano volti noti alle forze dell’ordine, pregiudicati e con alle spalle innumerevoli denunce relative a violenza, spaccio di droga e intimidazione. 

Come ha giustamente sottolineato il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, stiamo parlando di metodo mafioso. L’opinione pubblica è scossa da una vicenda di questo tipo perché il ragazzo era molto giovane (21 anni) e chi gli ha tolto la vita era vigliaccamente più forte e fisicamente più prestante di lui.

Anche la senatrice Liliana Segre è rimasta profondamente toccata dalla vicenda, lei che l’odio e la violenza li ha vissuti in prima persona, parla del giovane capoverdiano come l’esempio di una vittima più forte di quel branco che gli ha spezzato la vita.

 I due assassini sono volti che facilmente riconoscerei all’esterno delle discoteche del litorale veneziano ma anche nelle località turistiche spagnole come Maiorca o Ibiza, dove già sono accadute tragedie come queste. 

La mancanza di uno Stato che sia davvero presente nelle periferie, dove bassa scolarizzazione e delinquenza regnano sovrane, rende sempre più urgente un dibattito serio sul rilancio culturale e sociale di questi spazi, dove l’indifferenza spezza sempre più giovani vite. 

“Bisogna interrogarsi sull’universo che questa tragedia ci mostra, non tanto una subcultura quanto la spettacolarizzazione della violenza e dei violenti”.

Queste le riflessioni della scrittrice Antonella Boralevi che, in un video rilasciato alla Stampa, amplia lo spettro visivo di una vicenda che ha scosso l’opinione pubblica in tutto il Paese.

In un mondo dove la violenza è mercificata in videogiochi, film e serie tv, un filtro è necessario; perché, evidentemente, non tutti sono in grado di astrarre quella violenza gettata in pasto a un pubblico sempre più insensibile alle crudeltà.

Il dibattito rimane aperto, ora che la triste vicenda di Willy sembra aver aperto un vaso di Pandora che mette in discussione non solo l’azione statale verso le realtà più disagiate della nostra penisola, ma anche un tipo di cultura che necessita di fermarsi e guardarsi un attimo indietro.

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Alessandro Sean Landi

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