Manifestazione artisti Milano #convocatecidalvivo

La battaglia culturale dell’Italia ai tempi del Covid (e non solo)

Siamo inconsapevoli.

Nasciamo in un Paese straordinario, nonostante tutti i suoi difetti, ma ad un certo punto lo lasciamo. 

Conviviamo con la nostra stessa storia quando camminiamo per le vie di tantissime città italiane, eppure sembriamo non apprezzare questa fortuna.

Viviamo nella nazione con più siti Unesco al mondo, 51 per essere precisi, però preferiamo viaggiare all’estero tralasciando le bellezze che abbiamo a portata di mano.

La classifica 2020 dei Paesi “most cultural influencer” realizzata da BAV Group in collaborazione con la Wharton School della Pennsylvania University incorona l’Italia assegnandole il primo posto. Questo significa che noi, pur essendo sempre pronti a denigrarlo e criticarlo, siamo i cittadini del Paese più influente al mondo a livello culturale.

Siamo un popolo che non si arrende mai e che va avanti a testa bassa, con orgoglio, per ricostruire le case distrutte dai terremoti e dalle inondazioni. Siamo il popolo della solidarietà per eccellenza. Siamo il Paese delle piccole botteghe all’interno delle quali nonostante l’avanzare della tecnologia ci sono ancora persone che coltivano l’arte del lavorare a mano e del creare con le proprie forze veri e propri capolavori. 

Potenzialmente, siamo un Paese al quale non manca nulla.

Come se questo non fosse sufficiente, siamo la patria indiscussa della musica con un totale di 1317 strutture tra teatri e sale da concerto e una tradizione musicale che non ha paragoni. Pensiamo solo che le “prime” di Bohéme, Traviata, Trovatore, Barbiere di Siviglia, Turandot, Nabucco, solo per citarne alcune, ebbero luogo proprio nei principali teatri italiani.

In pratica viviamo nel Paese più bello del mondo…ma non ne siamo consapevoli, un po’ perché non ci prendiamo la responsabilità di riconoscerlo e un po’ perché siamo troppo occupati a mettere in luce le cose che non vanno.

Per tutte queste ragioni risulta davvero inconcepibile pensare che nel periodo più difficile degli ultimi 80 anni si riesca a dare importanza solo al campionato di calcio (dove peraltro è arduo credere che le misure di sicurezza e il distanziamento sociale vengano rispettati a dovere). Dunque sorge spontaneo chiedersi per quale motivo un teatro da 2030 posti come il Teatro alla Scala o una sala spettacolare come quella del Teatro Regio di Torino, che di posti ne tiene 1582 (e che oltretutto è Patrimonio dell’Unesco), siano obbligati a ridurre il loro pubblico al ridicolo numero di 200 persone, per altro rispettose delle regole. In tutto questo, ovviamente, anche il personale artistico e i tecnici seguono a loro volta le indicazioni che ormai tutti conosciamo: mantengono il distanziamento sociale, indossano la mascherina e igienizzano le mani.

Ed è così per tutti i teatri e le sale da concerto d’Italia. Se nei notiziari risulta scioccante apprendere che 10 giocatori di Serie A sono risultati positivi al Covid, non ci fa alcuna differenza veder morire la nostra cultura un giorno alla volta. Nostra, si, perché l’abbiamo creata noi ed è il nostro più grande patrimonio, il più grande salvagente sociale che ci tiene in piedi in periodi come questi durante i quali sembra di vivere in un incubo dal quale non ci si risveglia mai. 

Sembra di vivere due realtà parallele. Nella prima vengono intervistati al telegiornale giovani di 25 anni con una birra in mano che giustificano il loro comportamento irresponsabile affermando semplicemente che “non ce la facciamo più a sopportare questa condizione, sinceramente” e a questi vanno aggiunte le immagini dei negazionisti che senza alcun rispetto per gli altri si ritrovano in massa nelle piazze. Nell’altra realtà, invece, ci sono uomini e donne di tutte le età che cercano di lavorare, nonostante la situazione, per mantenere viva la musica nei nostri teatri e a loro vanno affiancate molte altre persone, professionisti dello spettacolo, artisti, maestranze che non accettano di essere ignorate. Sono le migliaia di persone che manifestano rispettando le regole, senza violenza, e chiedono semplicemente di veder riconosciuta la loro professione in maniera almeno dignitosa…anche se in realtà dovrebbe avere la priorità su molto altro. Sono le persone che amano la musica in maniera assoluta, pura e semplice, le stesse persone che meriterebbero il rispetto di tutti ma che, con molta professionalità e umiltà, si accontenterebbero anche solo di poter ricominciare a lavorare diffondendo bellezza.

La manifestazione Bauli in Piazza dei lavoratori dello spettacolo in piazza Duomo a Milano, 10 ottobre 2020.ANSA/Mourad Balti Touati

La sofferenza di 500.000 professionisti dello spettacolo è solo l’inizio della sofferenza culturale di 60 milioni di italiani.

Partendo da questi presupposti, quando saremo tutti vaccinati e il Covid sarà fortunatamente solo un lontano ricordo cosa ci rimarrà se avremo perso la musica e la nostra cultura? 

Per questo, ahimè, non c’è vaccino.

#artiswork

#ibelieveinartists

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Marina Miola

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