Nostalgia dei rituali

L’inverno si avvicina inesorabile ormai e con il ritorno graduale alla didattica a distanza unito allo sforzo di ridurre al minimo le occasioni per uscire di casa, è chiaro che il “cittadino saggio in tempo di pandemia” sta lentamente tornando alle abitudini della scorsa primavera durante la quale ci si poteva dedicare con maggiore facilità alle proprie passioni e ai propri interessi.

Chi ama la musica (di qualunque tipo essa sia) sa benissimo di cosa stiamo parlando.

Se nelle ultime settimane siamo riusciti ad accedere miracolosamente a qualche concerto dal vivo e a riempirci i polmoni di emozioni, va da sé che abbiamo imboccato nuovamente un tunnel da attraversare in apnea, senza ossigeno musicale a disposizione. Perciò, come richiede il senso di responsabilità collettivo, porteremo pazienza anche stavolta e ci accontenteremo di guardarci qualche bel concerto su YouTube.

A proposito di questo, ormai ci siamo talmente abituati al distanziamento interpersonale di almeno 1 metro che molti di noi musicisti, guardando vecchi video di concerti risalenti al periodo pre Covid, si saranno sicuramente ritrovati almeno una volta a pensare “ma cosa fate tutti lì attaccati, dovete mantenere le distanze, così vi ammalerete!”. Come se sentirci stupidi per averlo pensato non fosse già sufficiente, si fa largo dentro di noi una nostalgia estrema non solo di far musica dal vivo: ci mancano i nostri rituali.

La professione del musicista, soprattutto nell’ambito della musica classica, è fatta di rituali che nessuno nota. Ciò nonostante, noi musicisti continuiamo a metterli in scena, tenendoli per noi e custodendoli con cura e delicatezza. Pochi, al di fuori di questo ambiente, si accorgono di quanti piccoli gesti compongono l’entrare in scena o l’uscire dal palco, di quante piccole gentilezze si celano dietro la routine consolidata di coloro che, per professione, servono la musica con concerti a cadenza settimanale (se non di più). 

Attendere l’inizio del concerto dietro le quinte quando ancora la maggior parte dei colleghi non è ancora arrivata è sicuramente una delle tecniche migliori per entrare nell’atmosfera giusta. Sbirciare e scrutare il pubblico che si accomoda fa salire l’adrenalina. Due note in solitudine per scaldarsi e mettere in moto le dita pian piano. Un occhiata alle foto dentro la custodia del violino mentre si mette la pece sull’arco o ci si accorda, ovviamente con l’eterno dubbio che si debba impostare l’accordatore a 440 Hz o a 442 Hz!!!

Ci manca questo. Ci manca sapere che entrano prima i violoncelli e i violini primi insieme ai contrabbassi, mentre contemporaneamente dall’altra parte entrano viole e violini secondi. Abbiamo nostalgia del sederci al nostro posto e trovare già accomodato il nostro vicino che magari ti sistema il leggio e ti chiede “ci vedi?”. Sentiamo la mancanza di quella sottile intesa che si crea guardandosi a vicenda in una battuta particolare di una sinfonia o nel momento in cui alle prove succede qualcosa che fa sorridere. 

Ci manca (non troppo in realtà) aspettare i discorsi iniziali delle autorità, fermi per mezz’ora come comparse e ci manca anche girare le pagine al nostro vicino…sperando di non girarne due insieme!!

La vita d’orchestra è fatta di rituali, di piccole emozioni e certezze, di equilibri sottilissimi che fanno pensare, almeno per una serata, che tutto non può che andare bene se si è insieme.

E per concludere cosa è più adatto di un abbraccio con la persona che ha suonato in leggio con te per tutta la serata e che ha usato la tua matita e la tua gomma? Un gesto semplice, il più scontato, seguito da pochi passi verso l’uscita e da uno sguardo di saluto alla sala, con gli occhi che brillano di emozione e di gratitudine

Giù il sipario.

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Marina Miola

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