The Orange Romance: Dystopia

Un cappotto troppo largo, una sciarpa troppo lunga

CAPITOLO I

Quel raggio di sole, così lineare e puntuale, che sembrava voler porre l’attenzione sull’unico posto lasciato vuoto nell’autobus numero 75 diretto alla stazione, proprio quell’unico raggio, per un attimo illuminò una lacrima sul viso di una ragazza bruna. Aveva un cappotto di almeno una taglia troppo grande e un berretto di lana che non si addiceva al viso minuto di una ventiduenne.

Il resto dell’abbigliamento comprendeva nell’ordine: un maglione a collo alto marrone, una lunga sciarpa turchese fatta scendere ai due lati del collo con noncuranza, tanto che avrebbe potuto toccare terra, un paio di jeans aderenti che facevano intravedere dei calzini con una fantasia indefinita, probabilmente l’unico capo adatto a una ragazza di quell’età, insieme alle converse nere.

Il posto vicino alla giovane ragazza era ancora vuoto, nonostante in fondo all’autobus iniziassero ad accalcarsi altri ragazzi, troppo addormentati e distratti per far caso alla solitudine e alla malinconia che solo quel timido raggio di sole sembrava aver colto, passando attraverso ai finestrini sporchi e riflettendo la sua luce nel sedile accanto a lei.

A farle compagnia solo uno zaino, riempito al punto da aver perso qualsiasi forma, anche le cerniere sembravano in difficoltà nel custodire un contenuto che lasciava presupporre la presenza di altri vestiti, probabilmente posti alla rinfusa e in fretta.

Tutto lasciava intendere l’ennesima adolescente in fuga dalla famiglia, forse per un amore lontano, forse per dei problemi scolastici, oppure semplicemente per lo spirito ribelle che caratterizza tutti i ragazzi di quell’età, in cerca di un brivido dal significato più profondo di una semplice evasione.

L’autobus iniziava pian piano a riempirsi, e il raggio di sole lasciò il posto ad una signora anziana con un lungo vestito lilla, almeno così poteva sembrare a un primo sguardo. In mano reggeva una valigetta metallica con dei lunghi cavi collegati a degli elettrodi che passavano sotto le pieghe dell’abito all’altezza del costato.
Violet, così si chiamava la ragazza, quasi non si accorse della presenza di quella signora, troppo assorta nei suoi pensieri; fuori non pioveva, ma quello sguardo lasciava presagire l’inizio di un’altra grigia giornata uggiosa. 

Eppure quella valigetta nascondeva qualcosa di misterioso, non tanto per la curiosa forma perfettamente cubica, quanto per il colore: arancione.
Tutti gli altri passeggeri se ne stavano comodamente seduti, anche i ragazzi in fondo al bus, nessuno parlava. L’unico rumore che rompeva in modo quasi provvidenziale quel silenzio era il fruscio dei binari virtuali che cambiavano posizione per consentire al traffico di scorrere senza interruzioni.
La torretta della stazione iniziava a intravedersi in lontananza, così, con un tocco impercettibile, Violet richiamò l’attenzione della signora anziana che, scostando leggermente il lungo vestito, la fece passare.

Con una brusca frenata l’autobus si fermò; alla fermata ad attendere il 75 c’era un ragazzo sulla trentina alto e dinoccolato: teneva in piedi accanto a lui una grossa custodia, più grande di una chitarra, probabilmente di un violoncello.

Eppure il ragazzo a prima vista non aveva niente a che vedere con il classico artista di strada: scarpe nere eleganti, un impermeabile beige che faceva intravedere il nodo di una cravatta e uno sguardo stranamente vuoto e privo di quell’energia positiva che ci si aspetterebbe da un musicista di quell’età.

Durante la frenata, Violet quasi non si accorse della caduta di un pupazzetto legato al suo zaino, in realtà nessuno in quell’autobus ci fece caso, anche se in piedi davanti all’uscita c’era solo lei.

Quello che invece notò, mentre riacquistava equilibrio, era quella grossa custodia, tenuta pigramente dal ragazzo alto che si apprestava a salire sul 75.
Non se ne vedevano molte in quegli anni, anzi, era davvero una rarità trovarne ancora, tanto che Violet pensò subito a un bug del sistema.

Eppure era tutto perfettamente logico, controllò il ciondolo nascosto sotto il maglione: era sempre arancione, non le pareva di aver visto altri colori simili in quell’autobus. Oppure sì, era quasi completamente sicura che anche la valigetta della signora accanto a lei fosse di quel colore, ma com’era possibile?

Tutto lasciava presupporre a una falla in Psychonet, ma le possibilità erano davvero molto basse, anche perché nessuno oltre a lei in quell’autobus aveva notato nulla di insolito.

Certo, uno strumento musicale tridimensionale poteva essere curioso, molto curioso, ma non c’era nulla di illegale nell’esibire quello che, ai più, poteva sembrare un ricordo vintage di epoche passate.

Le porte si spalancarono con un rumore secco, mentre la voce registrata annunciava “Fermata Stazione, 15 secondi alla ripartenza”.

Violet scese frettolosamente, raccogliendo il suo pupazzetto, un coniglio spelacchiato regalatogli da sua madre quando aveva 8 anni; da allora lo custodiva gelosamente e lo portava sempre con sé, probabilmente era l’unico legame col suo passato a tenerla ancora bambina.

L’autobus ripartì, alla solita improvvisa velocità. Violet non ci faceva neanche più caso, dove abitava era abituata a veder sfrecciare autobus e treni, binari virtuali ultrarapidi che regolavano il traffico e public jet carichi di passeggeri.

Nella sua città natale era tutto proiettato verso il nuovo futuro, si parlava già di Psychonet 5.0 e di mobilità renderizzata, ma non le mancava per niente. Aveva cambiato città per studiare ciò che le piaceva di più: la storia dell’arte, l’arte quella vera, quella che era quasi dimenticata negli altri paesi.

Era in cerca di lentezza, di ritmi sostenibili e di nuovi amici, perché dove stava prima si sentiva terribilmente sola.

Violet era cresciuta in una famiglia di professori informatici, il padre era uno degli sviluppatori di Psychonet per il suo distretto, mentre la madre insegnava neuro-informatica all’università. Entrambi l’avevano educata al rispetto del Sistema, e forse proprio per questo aveva scelto di ribellarsi.

Era fatta così lei, sola ma con una grande voglia di comunicare, di scoprire, di sentirsi parte di qualcosa di più grande di una proiezione virtuale di un’illusione. Perché era così il mondo in cui viveva, o in cui le sembrava di vivere: distinguere ciò che era reale era diventata un’utopia, di più, si era completamente perso il senso di reale o illusorio.

La mente umana non aveva più confini, la tecnologia aveva raggiunto l’apice dello sfruttamento della psiche, eppure la stessa era rinchiusa in un recinto in cui tutto poteva venire controllato dai virtual-blocks.

Violet camminava a passo svelto verso la stazione, i palazzi grigi facevano da cornice al turbinio di binari che si scambiavano ad ogni arrivo e partenza dell’ennesimo treno rapido. 

In mano stringeva ancora il ciondolo arancione. Prima di diventare suo, apparteneva alla sua amica Daisy, lo portava sempre con sé, ma non aveva mai scoperto il suo colore fino al giorno del funerale.

Violet ricordava ancora il momento in cui la madre di Daisy glielo porse in lacrime, l’ultimo lascito della miglior amica, scomparsa senza apparente motivo, suicidio dicevano, ma c’erano ancora troppe domande senza spiegazione.

A partire da quel ciondolo, perché solo lei vedeva il suo vero colore? In fondo tutti l’avevano sempre visto come un semplice ciondolo turchese a forma di libro. Ma soprattutto, dove l’aveva trovato Daisy?

Erano tutti interrogativi che affollavano la mente di quella giovane ragazza che, con fare incerto, cercava di farsi largo tra i passanti distratti.

Forse era solo parecchio stanca, in fondo quella notte quasi non aveva dormito; era sgattaiolata fuori dalla sua stanza molto presto, raccogliendo alla rinfusa quei pochi averi che costituivano beni di prima necessità per ciò che aveva in mente.

In fondo, quello che poteva sembrare disordine era un’organizzazione astratta a cui solo lei sapeva dare un senso: non lasciava mai nulla al caso, tutto doveva avere un senso, alla fine.

Ciò che ancora non aveva senso era la morte di Daisy, ma era sicura che, presto o tardi, avrebbe avuto altre spiegazioni; quella curiosa mattinata, apparentemente tranquilla, ne era la prova.

Il fruscio dei binari si faceva sempre più penetrante man mano che si avvicinava al portale, gli ologrammi pubblicitari rendevano più colorato quello scorcio di città, altrimenti così freddo e grigio.

“Psychonet 5.0: cambia prospettiva”. Quello slogan aveva riempito le vie delle città da qualche mese ormai, Violet quasi non ci fece più caso, finché un fremito la attraversò quando a quell’ologramma se ne sostituì un altro, questa volta molto più vistoso.

Era una breve poesia, ma non c’era la firma dell’autore, e non sembrava promuovere nessun prodotto:

Cambio idea come il vento,
quando muove le bandiere,
le lascia e le riprende,
le alza e le fa scendere.

Cambio idea come il vento,
perché non ho direzione,
e cerco il modo di convincermi,
che non ho destinazione.

Cambio idea come il vento,
quando sono troppo sicuro,
quando tutto sembra semplice,
e il futuro meno duro.

Cambio idea come il vento,
perché mi sento diverso,
e se non riesco a decidere,
senza rimorso, cambio verso”.

Violet restò per un po’ a leggere quelle parole, cercando ci capirne il significato, se mai ci fosse stato, finché cambiò nuovamente ologramma, ancora Psychonet.

«Davvero curiosa questa giornata» pensò fra sé e sé Violet « sono sicura che quell’ologramma fosse arancione».

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Andrea Caenazzo

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