Capitolo 3

L’Alchimista

CAPITOLO III

A passo svelto Violet sorpassò le fontane che segnavano l’ingresso della Stazione, noncurante dei giochi d’acqua che si andavano a formare sotto i riflettori dei fari blu neon. 

Lo zaino quel giorno sembrava pesare più del solito, non tanto per ciò che conteneva, quanto per il bagaglio emotivo che rappresentavano quei pochi litri di spazio in cui aveva racchiuso i momenti più importanti degli ultimi mesi passati con Daisy.

Oltre a una camicetta azzurra, una felpa sgualcita che aveva perso ogni forma e della biancheria di ricambio, quello zaino custodiva altri oggetti decisamente più interessanti.

Fra tutti svettava il turchese del quaderno degli appunti di Daisy, quante volte l’aveva preso in prestito ed era rimasta incantata dalla fluidità della grafia dell’amica e dall’incredibile precisione e puntualità di ogni sua annotazione. Un po’ meno vistoso era invece un anonimo blocco per disegnare, di quelli cartacei che non si vedevano da anni; anonimo solo nella forma, mentre i suoi contenuti erano alla pari della grafia, ma in questo caso alla precisione si sostituiva la creatività, dote innata di Daisy.

Infine, coperto dal cappuccio della felpa sgualcita, si intravedeva l’Alchimista di Paulo Coelho, un libro quasi dimenticato negli anni, ma che per le due amiche aveva un significato particolare.

Apparteneva alla nonna di Daisy, rilegato con cura ma ingiallito dal tempo; i libri non si trovavano più facilmente e avevano un valore davvero basso, ad eccezione di qualche edizione a tiratura limitata che non era stata messa al macero dal Decreto Fahreneit.

I pochi romantici rimasti avevano conservato alcuni dei loro libri preferiti, rinunciando all’incentivo statale per i neuro-book, prediligendo emozioni non guidate, magari non totalizzanti come quelle della tecnologia offerta da Psychonet, ma genuine.

L’Alchimista era uno di quei libri a cui nessuna delle due amiche avrebbe voluto rinunciare, perché rappresentava per entrambe un legame che andava oltre la semplice amicizia.

Perché quel libro, prestato da Daisy a Violet, era stato l’ancora di salvezza durante una delle giornate più assurde della vita di quest’ultima.

Tutto era cominciato proprio in quella stazione, era una calda giornata di luglio quando Violet stava aspettando il suo driver per un passaggio fino alla capitale, seduta su una delle tante panchine all’esterno della Stazione. Non era solita usare l’e-sharing, ma per risparmiare qualcosa ogni tanto rinunciava al treno rapido, era un tipo di viaggio più lento, ma con un po’ di fortuna, la compagnia poteva rivelarsi abbastanza interessante.

Quel giorno il suo driver era inspiegabilmente in ritardo; dopo quasi un’ora dall’appuntamento Violet stava per rinunciare, ed era pronta a dirigersi ai binari virtuali per la capitale, quando fu fermata da un vecchio modello di Nitrus viola che si avvicinò alla panchina in cui era seduta fuori dalla stazione.

Nei pressi del portale d’ingresso della stazione, Violet posò lo sguardo su quella panchina, la stessa panchina di quel giorno di luglio, ora imbrattata da graffiti fluorescenti.

Il ricordo le faceva ancora male, ma più della disavventura a trafiggerle il costato come lame erano le parole di Daisy che riecheggiavano dentro di lei: «tienilo tu questo libro, non si sa mai quando potrebbe esserti ancora utile».

E quel giorno le era stato davvero utile, come un’epifania, una visione provvidenziale, una rivelazione.

Violet non era credente, ma in quel vecchio libro aveva rivisto un disegno dell’universo che andava oltre il freddo determinismo di Psychonet. 

«Siamo noi i responsabili delle nostre azioni, dei nostri pensieri» pensò.

L’interno della Stazione Centrale era completamente diverso dall’esterno: le persone erano perfettamente in fila lungo i binari virtuali, ognuno all’altezza del posto assegnato, la luce ricordava una splendida giornata di sole dopo un temporale, con i riflessi verdi e violacei che ricordavano un arcobaleno, ma era solo un gioco di luci offerto dai fari e dagli ologrammi pubblicitari alle finestre.

Erano le 11.11, il suo treno sarebbe arrivato alle 11.47, era ampiamente in anticipo, così ne approfittò per sedersi sull’unica poltrona libera della Cyber-Hall e leggere ancora una volta l’Alchimista.

Era la prima volta che lo riprendeva in mano da quella folle e calda giornata; sfogliando le pagine, le sembrò di rivivere le interminabili ore passate nel parcheggio della stazione di servizio ai margini del distretto 74, all’interno della vecchia Nitrus viola.

Se chiudeva gli occhi poteva ancora sentire l’odore dei sedili in pelle impregnati dell’odore di tabacco e profumatore d’auto, bergamotto per la precisione.

Un viaggio di tre ore si era trasformato in un interminabile incubo durato oltre 8 ore, un sequestro involontario, o forse un autista decisamente distratto, Violet ancora non riusciva a spiegarsi come quel driver avesse fatto a dimenticarsi di lei in macchina per 3 ore sotto il sole di luglio.

«Avevo delle commissioni importanti da svolgere» era stata la prima incredibile giustificazione offerta dall’estraneo, salvo poi correggere il tiro con un «dev’essere stato un errore del mio neuro-trasmettitore, ho perso la concezione del tempo».

Il tempo, quell’incredibile variabile che Violet aveva imparato quel giorno a pesare e valorizzare come mai prima di allora. Così, quei 36 minuti che la separavano dal treno che l’avrebbe portata a trovare delle risposte sulla sua amica, decise di dedicarli proprio all’Alchimista.

Si trattava sempre di un viaggio, anche se auspicabilmente meno movimentato dell’ultimo, in cui la lettura di quel libro la salvò dalle interminabili ore passate all’interno della Nitrus viola.

Nella prima pagina del libro c’era una dedica, fatta dalla sua amica, quando le lasciò quel regalo così importante per il loro legame. Era una poesia, di quelle che amava scrivere Daisy, rappresentava lei, il suo spirito libero, la sua positività così contrastante con quel mondo grigio, e la sua voglia di viaggiare, anche solo con la fantasia:

“Che poi, che significa viaggiare?
Prendersi una pausa dal mondo
e vederlo al rallentatore coi filtri giusti,
perdersi nei colori e mischiarli fra loro,
confondere i profumi e ritrovare i sapori.
Viaggiare è soprattutto leggerezza,
dare importanza ad ogni scatto,
cercare il dettaglio, dove quel dettaglio
è solo un dettaglio”.

Daisy

Una lacrima inumidì le ciglia di Violet mentre sfiorava l’inchiostro con cui la sua amica aveva impreziosito quell’oggetto così lontano nel tempo, eppure così attuale con le parole che conteneva.

Dov’era quel dettaglio mancante? Violet sentiva che qualcosa le mancava per completare un puzzle che sembrava diventare sempre più complesso, come se ogni volta che si avvicinava alla soluzione una mano invisibile scombinasse tutte le tessere, ancora e ancora.

La decisione di andare a cercare qualche indizio sulla prematura scomparsa dell’amica l’aveva presa il giorno prima, all’alba di una notte insonne passata a rimuginare su alcuni dettagli delle sue giornate passate con l’amica del cuore.

Mancavano pochi minuti all’arrivo del treno, gli annunci dei mezzi in arrivo e le coincidenze con i public jet si confondevano con il brusio dei binari virtuali e il ticchettio delle prime gocce d’acqua che iniziavano a cadere sul tetto della stazione.

«Così alla fine piove anche oggi» pensò Violet mentre, voltandosi leggermente, controllava distrattamente l’ora proiettata dall’ologramma sopra la Cyber-Hall.

«Violet?» disse un uomo toccando lievemente la sua spalla sinistra.

«Sì?» fu l’unica risposta che riuscì a dare chiudendo di scatto il libro che teneva in mano e fissando da capo a piedi un ragazzo più o meno della sua età con un lungo cappotto grigio, una sciarpa bordò e un enorme sorriso stampato in volto.

«Scusami, non volevo spaventarti» continuò il ragazzo «ti stavo seguendo da stamattina, non ho avuto occasione di fermarti prima, ma ho un messaggio importante da darti».

«Mi stava seguendo da stamattina?» pensò allarmata Violet mentre cercava di ricordare dove potesse averlo già visto.

Non rispose subito, così il misterioso giovane continuò: «ero sull’autobus con te, conoscevo la tua amica Daisy…»

«Come?» lo interruppe bruscamente Violet. Ora le era tutto chiaro, doveva essere uno di quei ragazzi in fondo al bus, probabilmente aveva trovato il suo nome su Cybersnap e l’aveva pedinata fin lì.

«Senti, non so chi tu sia ma non ho tempo da perdere, è una giornata difficile, piove e ho un treno da prendere fra 15 minuti, quindi se non ti dispiace» concluse Violet facendo un eloquente cenno con i suoi grandi occhi bruni.

«So che stai cercando informazioni su Daisy. Non posso parlartene qui, ma non è prendendo quel treno che troverai una risposta alle tue domande» rispose dolcemente il ragazzo «quel ciondolo, quel colore che vedi, hanno un significato».

Violet era ancora scettica riguardo quell’individuo, eppure qualcosa nel suo sorriso, nel suo modo di parlare, le ispirava fiducia. In fondo come poteva sapere del ciondolo? Lo portava sotto il suo maglione, e quel colore? Era sicura di non averlo mai visto prima negli ologrammi in città.

«Cosa sai?» chiese con tono inquisitorio allo sconosciuto.

«Vai al Distretto 11, civico 97, e chiedi di Kimberly» disse in tutta risposta il ragazzo.

«Perché mi dovrei fidare?» domandò Violet.

«Perché vediamo lo stesso colore» rispose il giovane sorridendo, e si dileguò tra la folla.

Erano le 11.43, gli altoparlanti stavano già annunciando l’arrivo del treno veloce al binario virtuale F-64.

Violet guardò l’Alchimista, sul retro era stampata una delle frasi più iconiche del libro: “Ascolta il tuo cuore. Esso conosce tutte le cose”.

Così, con un sospiro, si alzò dalla poltrona della Cyber-Hall per dirigersi verso il binario F-64. I passeggeri in fila e in silenzio aspettavano il loro turno per salire sul treno veloce, la pioggia era sempre più fitta e anche gli annunci dagli altoparlanti si sentivano a malapena, tanto che quasi non si accorse dell’arrivo improvviso del treno.

Le porte si spalancarono con un rumore secco, facendo scendere gli scalini trasparenti illuminati dalle classiche luci blu dei treni veloci.

«Scusi signorina, sale?» chiese una signora in fila dietro di lei.

«Prego, salga pure, non è questo il mio treno» rispose Violet.

«Per oggi seguirò il mio cuore» pensò, e con un ultimo sguardo al libro che ancora teneva in mano, si diresse verso il portale di uscita della Stazione.

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Andrea Caenazzo

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