La “musica solidale” di Raimondo Capizzi

Se la Musica è il collante per eccellenza, è altrettanto vero che grazie ad essa fare del bene assume connotati diversi e sfumature ancor più differenti in base a chi si prende la responsabilità di questo compito. La storia di Raimondo, un ragazzo come molti altri ma con un incredibile voglia di dare il proprio contributo, ci apre gli occhi e ci avvicina ad un mondo del tutto autentico, quello della “musica solidale”. Vi lasciamo alle sue parole, pronti per scoprire che un pugno di accordi suonati insieme a degli sconosciuti possono fare davvero la differenza.

Ciao Raimondo, benvenuto nell’Orange Side e grazie di esserti reso disponibile per parlare della tua esperienza di vita. Come sempre partiamo dalla domanda classica per rompere il ghiaccio: chi è Raimondo?

Ciao a tutti voi, grandioso e virtuoso team dell’Orange e un saluto anche a tutti coloro che supportano il vostro progetto.

Non è usuale definirsi, di solito lo fanno gli altri presentandoti o parlando di te. Comunque sia sono Raimondo, 24 anni, siciliano, laureato in flauto traverso al Conservatorio di Padova e studente di direzione d’orchestra a Londra ed a Padova. Mi ritengo una persona semplice ed estremamente iperattiva (a volte è un pregio, altre volte un difetto). Figlio di una pianista, la musica è entrata in me fin da quando ero nel grembo di mia madre che continuò a fare concerti fino a poco prima di partorirmi. 

Come hai anticipato tu, la musica è parte integrante della tua vita ma la passione per la direzione d’orchestra è nata in maniera diversa. Raccontaci com’è nato questo grande amore.

Come ogni grande amore è arrivato per puro caso. Io non ho mai pensato di diventare un direttore d’orchestra, almeno fino al 2013. Si, avevo questa forte passione per la musica, iniziai a studiare il piano, la chitarra classica, l’ottavino e il flauto traverso ma la direzione mi ha cambiato letteralmente il modo di vedere la musica. Anche se può sembrare assurdo, tutto è nato da una “divisione”. Suonavo il flauto in un coro gospel, i “Joy’s Chorus”, un gruppo che oltre a fare musica era pieno di ideali solidali e umani, dall’adottare un bimbo a distanza all’essere ambasciatore Unicef. Purtroppo arrivò un momento a partire dal quale il coro cominciò a dividersi tanto che rimanemmo io e 6 coristi. Nonostante questo, proprio grazie allo spirito che ci univa e che andava ben oltre quello musicale, abbiamo deciso di restare uniti e di fare comunque il tradizionale concerto di Natale. Avevo 17 anni, presi in mano le redini organizzative e misi in scena quello che fu il primo concerto del progetto “Giovani in Orchestra” in Centro Sicilia, coinvolgendo sotto il segno dell’amicizia e del cambiamento tutti i musicisti del circondario. Il Concerto fu un successo inaspettato e da quel momento capii che si doveva mantenere nel tempo ciò che assieme stavamo creando.

Mi accennavi che da agosto 2016 la tua visione della musica è cambiata radicalmente, cos’è successo in quel periodo?

Nel 2016, ventenne, mi tenevo attivo sia in campo flautistico che in quello direttoriale. L’orchestra in Sicilia continuava a crescere così come il coro gospel e in più presi la direzione della Corale Polifonica Renzo Chinnici. Era agosto, mi trovavo ad un campus estivo musicale “Mozart Italia” a Narni, Terni, in Abruzzo. Era il 24 agosto, proprio la notte il cui il terremoto devastò il Centro Italia. Sentii tutto, la prima scossa e tutto lo sciame a seguire. Ero alloggiato in un b&b locale con altri colleghi, all’ultimo piano. Quella notte fu indimenticabile. Tremava tutto, oscillavano lampadari e lampioni, ricordo ancora le corse verso la strada ad ogni scossa. La mattina seguente la situazione si stabilizzò e scoprimmo che fortunatamente a Narni non c’erano stati crolli. Quel campus fu indimenticabile. Ho capito sulla mia pelle cosa hanno  provato coloro che invece avevano perso tutto. Da quel momento anche la mia visione della musica cambiò. 

Dev’essere stato un momento indubbiamente molto profondo. 

La vita ti ha portato, quasi per caso, a trasferirti a Padova. In questa città grazie alla YSO e al tuo spirito solidale hai coinvolto moltissimi musicisti del Veneto, mossi dalla condivisione di un intento comune. Quanto è significativo per te mettere al primo posto l’iniziativa benefica anziché puntare su un numero elevato di concerti all’anno e sulla “popolarità”?

Vero, quasi per caso mi sono ritrovato a Padova. In Sicilia il progetto si ingrandiva sempre di più, l’orchestra aveva raggiunto una maturità tale da aver guadagnato l’attenzione di istituzioni locali ed enti musicali. Decisi di partire dal centro Sicilia per potere avere una visione più aperta di quello che erano le orchestre e la formazione orchestrale in altre realtà. Grazie a Padova e alla direzione del Conservatorio dell’epoca nacque la Young Solidarity Orchestra. Ero appena tornato dal campus estivo di cui parlavo prima, così invitai più di 80 musicisti veneti ad aderire al progetto di “musicisti solidali” al fine di aiutare la popolazione terremotata del Centro Italia. Il gruppo si formò quindi con un intento comune, quello di aiutare chi ha bisogno attraverso la nostra arte. Non c’era l’intenzione di diventare popolari e neanche quella di creare una stagione di concerti, nessuna di queste cose. Il servizio della YSO, che portiamo avanti ormai da 4 anni, è “solo” quello di organizzare almeno una volta all’anno un concerto a favore di chi ne ha bisogno. Doniamo la nostra arte ad un pubblico che viene ad ascoltarla ma nel contempo viene a dare una mano per una causa specifica, che sia per i bambini della Pediatria di Padova, per Medici in Strada o per la ricerca scientifica. Ognuno di noi può fare beneficenza da solo, ma perché non coinvolgere più persone possibili? La risposta a questa domanda è YSO. 

Per la tua esperienza personale “la Musica unisce e nell’Unione c’è Musica”. Quanto è rilevante quindi il senso di comunità all’interno di un ampio gruppo musicale come ad esempio l’orchestra? 

Secondo la mia idea ed in base alla mia esperienza, il segreto del successo di un progetto è fare comunità. Che sia un’orchestra, un coro, una banda, sono tutte realtà formate da persone, ognuna delle quali ha un passato, un carattere, un modo di pensare, un’opinione che può essere diversa dagli altri ma tutte devono essere rispettate. Se si cresce facendo comunità e facendo gruppo allora il progetto ha tutte le basi per potere andare avanti e crescere.

L’aspettativa, come sappiamo, ha i suoi lati positivi ma anche degli aspetti negativi e intraprendere un percorso artistico come il tuo richiede di mantenere sempre un livello qualitativo elevato. Che consiglio daresti ad un giovane che, come te, vuole creare una realtà musicale benefica?

È sempre pericoloso dare consigli, ma proverò a basarmi su quello che ho vissuto. Ciò che posso sicuramente consigliare è osare. Non è sempre facile proporre programmi sempre più accattivanti e difficili con poco tempo per poterli far maturare, ma bisogna saper osare. Avere la consapevolezza di prevedere gli ostacoli, superarli e conservare l’arte della risoluzione, così da affrontarne sempre meno ogni qualvolta si presenti l’occasione di “osare”. Raggiungi l’obiettivo con la conoscenza. 

Certamente l’empatia è un tratto distintivo del tuo carattere ma per concretizzare la propria sensibilità è necessaria anche una grande dose di fiducia nei confronti delle altre persone e, nel caso specifico della YSO, nei confronti dei giovani. A tuo parere cos’hanno da offrire i giovani musicisti di oggi e in che modo il loro contributo arricchisce la nostra società?

Essere musicisti è una qualità illimitata, essere giovani una condizione limitata e temporanea. Sicuramente noi giovani musicisti siamo il presente e non il futuro. Viviamo semplicemente nel presente. Oggi siamo giovani e non credo che siamo noi a costruire il futuro, il nostro futuro lo costruisce chi ha in mano il potere del cambiamento nel presente. E mi direte quindi: allora cosa devono fare i giovani come te per vivere bene nel futuro? Io rispondo che dobbiamo dimostrare di essere indispensabili nella società dell’oggi, dobbiamo dimostrare che siamo una ricchezza per chi manovra il nostro futuro, dobbiamo creare qualcosa che renda l’oggi vivibile e ricco di valori. Perché il nostro oggi è già il futuro di qualcun altro. 

Si è parlato molto in questi mesi dell’importanza della musica, soprattutto ora che ne siamo privi in versione “live” a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia. Qual’è il tuo parere in merito?

Questa è una battaglia comune e condivisa che ormai noi tutti operatori di cultura ci troviamo ad affrontare. La musica, di qualsiasi genere essa sia, classica, pop, rock ecc. è fondamentale per il nostro spirito, inteso come intimità. Tutti hanno bisogno di ascoltare musica: persone felici, sole, tristi, speranzose…tutti. Noi musicisti abbiamo la qualità di poterla suonare, caratteristica doppiamente importante. La pandemia del Covid ci ha senza dubbio messo in ginocchio sia in campo economico che in campo spirituale, per questo lancio l’appello di non abituarsi alla musica digitale. Non abituatevi a fare semplicemente “play”, non abituatevi a mettere le cuffie e basta perché se la musica è così forte da trasmettere emozioni attraverso un dispositivo, pensate quanto diventa potente se siete lì di fronte a chi la suona. Non abituate il vostro spirito a compensare la provenienza delle emozioni con la sostituzione di chi o cosa esegue musica. Anzi, abbiate l’ardore e coltivate la voglia e la curiosità di continuare ad andare nei teatri e ai concerti, perché una volta finito tutto questo saranno quei luoghi i power banks del vostro spirito. 

Grazie per le tue parole Raimondo, speriamo che in molti si facciano ispirare dal tuo entusiasmo e accrescano (o ritrovino) la loro motivazione a fare del bene attraverso l’arte!

Per non deludere i lettori, chiudiamo con un’ultimo quesito che è ormai diventato il rituale perfetto delle nostre interviste: perché ti senti un po’ Orange anche tu?

Io mi sento Orange perché gestire gruppi di persone e condividere ideali e finalità comuni significa rispettare le opinioni di tutti, non discriminare nessuno e non porre limiti di genere, razza, orientamento religioso e qualsivoglia altra etichetta. In fondo “La Musica unisce e nell’Unione c’è Musica”.

Default image
Marina Miola