Bicchieri abbandonati e stelle filanti

CAPITOLO V

I contorni delle case del distretto 11 si confondevano con un cielo diverso in quella particolare zona della città.

Le case con i mattoni a vista, di un rosso pallido, evocavano un’atmosfera familiare anche in chi veniva catapultato per la prima volta in quel quartiere.

Le vie sembravano disegnate da un architetto con una particolare ossessione per le simmetrie e le forme squadrate, tanto che svoltando un angolo qualsiasi di quei caseggiati, si poteva sperimentare la sensazione di un deja vu ricorrente.

I portoni verdi d’ingresso, alti e stretti, facevano da contrasto con delle luminose ed ampie finestre che davano la sensazione che, chiunque abitasse in quella zona, volesse estendere i suoi spazi al mondo esterno, come se quel quartiere fosse già casa.

I comignoli delle case facevano pensare a delle piccole torri, troppo esili per reggere qualsiasi pressione o desiderio che avrebbe potuto contenere la volta celeste nella notte di San Lorenzo. Eppure, con la loro leggerezza, emanavano una serenità non terrena, che tendeva al cielo che copriva come un candido mantello quell’angolo di mondo.

Così diverso il distretto 11 dal resto della città, così lontano da qualsiasi pensiero che potesse riportare in qualche modo alla realtà a cui Violet era, suo malgrado, abituata.

Mentre percorreva quei larghi viali scanditi da degli anacronistici lampioni verdi, ripensava a quando raggiungeva la sua amica Daisy nel suo caffè preferito, l’Orpheus, a pochi isolati da lì.

Era una sorta di caffè letterario, ma senza libri, in cui si respirava la passione per le arti solo sorseggiando una tazza di latte macchiato, come piaceva a lei.

Le vetrine dei negozi tipici del distretto 11 rompevano la monotonia del ripetersi di case che sembravano fatte con lo stampino, ad eccezione del colore delle tende, unica nota che rendeva quel quartiere come uno dei più particolari di tutta la città.

Rosso, verde, giallo, lilla, turchese, blu, indaco…i colori alle finestre avrebbero colpito anche uno sguardo più distratto di quello di Violet, e rendevano la passeggiata un tuffo nell’arcobaleno.

E la pentola d’oro ai piedi dell’arcobaleno era rappresentata dalle rarità vendute nelle piccole botteghe che spuntavano fra una casa e l’altra, senza tuttavia interrompere l’armonia delle linee delle architetture circostanti.

Oggetti provenienti da ogni continente, Africa, Asia, Oceania, Americhe, impreziosivano le variopinte vetrine del distretto. Con un po’ di pazienza era possibile trovare anche rarità del secolo passato, come vinili, giradischi, vecchie chitarre, cavalletti per dipingere, e pure qualche libro.

Era lì che la nonna di Daisy aveva trovato l’Alchimista, lo stesso che ora Violet custodiva gelosamente nel suo zaino, insieme a un mucchio di altre cose.

In una delle vetrine c’era quello che doveva essere un vecchio libro di poesie, aperto, con le pagine ingiallite in bella mostra insieme a una breve poesia:

“Il mio sguardo mirava al cielo
in cerca di un desiderio,
lontano come la notte,
leggero come la neve,
astratto come il domani,
vero come i tuoi occhi”


Violet ripensava ancora alle ultime parole della sua amica, quando i suoi occhi si posarono su un edificio diverso da tutti gli altri, con una grande insegna luminosa che recitava “Fenix” e un numero incastonato come un mosaico fra i mattoni a vista: 97.

Il civico 97 si presentava come una casa come tutte le altre, ma senza finestre nella parte inferiore, e un’ampia vetrata sottostante l’insegna luminosa. 

Il portone d’ingresso, invece, era del caratteristico verde del distretto 11, ma aveva delle dimensioni decisamente superiori rispetto alle altre, e ricordava vagamente l’entrata di un garage.

Nel vialetto d’ingresso era parcheggiata un’e-car di ultima generazione, una Odissey metallizzata; la targa era particolare e balzava subito all’occhio: OR4NGE1.

Per un attimo a Violet sembrò che la carrozzeria di quell’auto cambiasse colore, ma pensò subito a uno scherzo dei riflessi metallizzati.

Non era presente un campanello, quindi bussò alla porta; ad aprirla dopo pochi secondi arrivò una giovane ragazza dai capelli turchesi e un curioso giubbotto da motociclista con quelli che sembravano, a prima vista, gradi militari.

«Violet?» chiese subito la ragazza dai capelli turchesi.

«Esatto» rispose esitando.

«Accomodati al bancone, Kimberly arriverà fra qualche minuto» disse, indicando a Violet la strada che portava a un’ampia sala da ballo.

Il locale si presentava come una di quelle discoteche del centro città di inizio 2000, stampe alle pareti, divanetti bianchi con dei tavolini rotondi trasparenti, e la più classica delle strobo ad illuminare il soffitto.

A Violet sembrò di fare un tuffo nel passato, in quell’atmosfera vintage eppure così attuale con la scelta di alcuni accostamenti cromatici, come il viola, il rosso e il blu elettrico delle stampe alle pareti. 

«I colori di casa» pensò.

Doveva esseri stata una festa la sera prima, perché sul pavimento c’erano ancora tracce di coriandoli e stelle filanti, bicchieri gettati in terra e, camminando, poteva ancora sentire quella fastidiosa sensazione dell’alcol caduto in terra che faceva da colla sotto la suola delle sue Converse nere.

Violet era seduta a uno dei tanti sgabelli che circondavano il bancone del bar al centro della sala, quando dalla porta entrò un ragazzo alto con un lungo cappotto e la custodia rigida di uno strumento musicale.

«Dove l’ho già visto?» pensò Violet, prima di ricordarsi della curiosa custodia di un violoncello intravista mentre scendeva dal 75 proprio quella mattina.

«Non può essere che lui» pensò nuovamente «che mi abbia seguito per tutto il tempo?»

Con un gesto quasi automatico spostò leggermente il suo sgabello verso sinistra, quasi per fare spazio al nuovo arrivato che invece, con sua sorpresa, si accomodò in uno dei divanetti all’angolo del club.

Sembrava non esseri accorto della presenza di Violet, oppure semplicemente non era interessato a parlare. 

La mimica facciale faceva pensare a un ragazzo molto riservato, un po’ timido, forse solitario, ma con un mondo da raccontare.

«Vincent, Violet, seguitemi» furono le prime parole di una ragazza sulla trentina con una lunga treccia bionda che fece improvvisamente capolino da una porticina di cui, evidentemente, nessuno dei due si era accorto.

I due ragazzi si guardarono per la prima volta, quasi intimoriti, ma inconsapevolmente rassicurati dal sapere di trovarsi entrambi sulla stessa barca.

La ragazza bionda fece strada per quello che doveva essere il magazzino del locale, uno scantinato raggiungibile attraverso degli stretti scalini metallici e decisamente poco illuminato.

«In un altro momento della mia vita avrei pensato di essere un’incosciente a seguire questa sconosciuta in uno scantinato buio» pensò Violet.

Ma quel periodo era passato, non aveva più paura, ed era fortemente determinata a fare luce su quanto successo alla sua amica, glielo doveva, lo doveva nel nome della loro amicizia.

Alla fine della scalinata arrivarono a un ampio deposito di bottiglie di vino, whisky e altri alcolici di vario tipo.

«Seguitemi» continuò la ragazza bionda facendosi largo tra gli scaffali.

In fondo al magazzino Violet notò una tenda che copriva l’entrata di una stanza molto più luminosa di quel deposito, ma ciò che la colpì nuovamente fu ancora quel colore: arancione.

Levata la tenda, agli occhi dei due ragazzi si aprì un luogo totalmente diverso dallo scuro magazzino e dal club con la strobo del piano di sopra.

Un’ampia sala illuminata da piccoli led che ricordavano delle lucciole in una notte d’agosto in campagna, mentre dal soffitto scendevano piante di ogni tipo.

Al centro della sala c’era un tavolo in legno con delle incisioni che a Violet ricordavano rune antiche, le pareti erano arricchite da quadri di varie epoche e da mensole piene di rari vinili.

«Accomodatevi» disse la ragazza bionda, con un tono che sembrava stranamente più cordiale.

«Mi chiamo Kimberly, entrambi siete stati contattati da Alan per un motivo importante. Prima di cominciare, sapete perché siete qui?» domandò.

«Io sono stato mandato per conto del Consiglio del Parnaso, non so molto altro» rispose Vincent.

Era la prima volta che Violet sentiva parlare quel ragazzo, la sua voce la colpì per la fermezza e la dolcezza che poteva percepire, in contrasto con il suo atteggiamento schivo.

«Io, sinceramente, non so perché mi trovo qui, ho seguito il mio istinto, nulla più» rispose Violet guardando Vincent con la coda dell’occhio.

«Entrambi, in un certo senso, avete un buon motivo per essere qui» disse Kimberly «tu, Vincent, sei spinto dall’arte, mentre tu, Violet, dall’istinto. Tutte componenti che cerchiamo per adempiere alla nostra missione».

«Quale missione?» la interruppe Vincent.

«Già, quale missione, io sono qui per Daisy» continuò Violet.

«Un passo alla volta» rispose Kimberly con il primo sincero sorriso della mattinata «come ben sapete, da una decina di anni Psychonet ha preso il sopravvento come Neuro-Pilot. All’inizio sembrava offrire una risposta rapida a quelle che erano le esigenze di una popolazione sempre più dipendente della tecnologia, per poi fagocitare queste esigenze e trasformarle in bisogni sempre più frivoli, fino ad annullare la personalità di ognuno.

Anche la storia è stata riscritta da Psychonet, i neuro-book sono solo un escamotage per forgiare le menti con il pensiero deterministico di Psychonet.

Certamente, tu Violet conoscerai tutto in merito, e probabilmente faticherai a vedere il lato negativo in Psychonet ma se sei qui una parte di te già conosce qual è la realtà.

Tu, Vincent, sei cresciuto nel Parnaso, lontano da ogni influenza di Psychonet, non hai alcun neuro-trasmettitore impiantato sotto pelle, e sei quello che noi chiamiamo un “puro”».

Mentre Violet sembrava sempre più confusa da quella spiegazione di Kimberly, Vincent seguiva senza batter ciglio ogni parola della ragazza, come se avesse sentito quel racconto altre mille volte.

«Scusa, Kimberly, dov’è il lato negativo in un sistema che facilita la vita alle persone?» domandò timidamente Violet.

«L’errore è pensare che ciò che è facile sia necessariamente positivo» rispose candidamente Kimberly.

«Vedi Violet» continuò «Psychonet ha tolto tutte le sfumature di colori in questo mondo, uniformandole a ciò che ognuno vuole vedere. Rinunceresti alla notte per vedere sempre il Sole? Rinunceresti all’inverno per vivere in una perenne primavera? Dimenticheresti la fatica alla fine di una maratona?».

Violet continuava a non capire, eppure qualcosa in lei iniziava a far sorgere quei dubbi sopiti per tanto tempo, che la facevano sentire diversa da tutti gli altri.

«L’umanità è fantastica perché imperfetta. Imperfetta e incredibilmente diversa. Ognuno con le proprie imperfezioni ed individualità è un essere unico in grado di lasciare un’impronta indelebile in questo mondo, per natura, senza nessun “aiutino”».

Vincent restava fisso con lo sguardo su un quadro di un faro in fondo alla stanza, mentre Violet era sempre più proiettata verso i ricordi del passato che le iniziavano a far capire molte cose delle parole di Kimberly.

«Stiamo organizzando una rivoluzione, nulla dopo sarà più come prima, sarà come svegliarsi da un grande sonno» disse Kimberly.

«E qual è il nostro ruolo?» chiese Vincent, stupendo le due ragazze che ormai si erano abituate al suo silenzio.

«Seguite il vostro istinto» rispose Kimberly sorridendo «Violet, quel ciondolo che porti sempre con te è speciale, presto capirai il suo potere».

«Vincent» continuò «tu sei un “puro”, non ti serve nessun ciondolo, continua a seguire la tua arte. Entrambi capirete chi è pronto per la rivoluzione».

«E per il resto? Cioè, tutto qui?» chiese Violet.

«Quando sarete pronti ci faremo vivi noi» rispose Kimberly.

«E voi chi sareste?» domandò Vincent.

Kimberly, con un sorriso, si girò verso un quadro appeso sopra un vecchio giradischi:

“Orange Romance”.

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Andrea Caenazzo