Skater e poeti

CAPITOLO VI

C’era un’aria diversa fuori: appena usciti dal Fenix, per i due ragazzi nulla aveva più lo stesso colore, e anche i profumi si potevano quasi vedere.

Era un mondo statico che parlava di cambiamento, c’era elettricità, la stessa che si respira al mare poco prima di un temporale, quando il cielo si colora di viola e il tempo sembra scordarsi di tutte le leggi fisiche.

«Questo cielo mi ricorda le mie estati al mare, nel casolare dei miei nonni» disse Violet.

Fino a quel momento nessuno dei due aveva mai aperto bocca, camminavano sul marciapiede fianco a fianco, senza sapere la direzione.

Era un po’ la metafora delle loro vite, una volta messo piede fuori dal Fenix: erano insieme, senza sapere il perché e dove sarebbero finiti, ma ognuno dei due sapeva inconsciamente di aver bisogno l’uno dell’altra.

«Io non sono mai stato al mare» rispose Vincent senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte che stava diventando sempre più scuro.

«Come mai? Non ti ci hanno mai portato i tuoi genitori?» domandò incuriosita Violet.

Vincent non rispose subito, sembrava voler pesare le parole, in generale non dava l’idea di uno molto loquace. Eppure il mistero e la riservatezza di quel ragazzo facevano pendere Violet dalle sue labbra, quasi come se le dovesse rivelare da un momento all’altro una qualche verità.

«La verità» rispose Vincent volgendo per la prima volta lo sguardo verso gli occhi bruni di Violet «è che non ricordo nulla dei miei genitori».

La risposta spiazzò Violet, che per qualche istante si sentì in forte imbarazzo, come se improvvisamente si fosse trovata senza vestiti.

La curiosità di sapere di più su quel ragazzo cresceva sempre di più, ma decise di lasciare altre domande indiscrete per un altro momento.

«Non ti sei perso molto» disse Violet «il mare non è più quello di inizio millennio, non penso nemmeno che il colore che vediamo sia quello reale».

«Ora non saprei dirti com’è il mare» rispose Vincent «ma posso immaginarlo».

«E come lo immagini?» domandò Violet.

«Come se fosse un quadro di un’epoca indefinita. Il contorno di un paesaggio in cui tutto parla di passato ma si sogna il futuro».

Violet non guardava nemmeno più la strada ormai, tanto era rapita dalle parole di quel musicista che pian piano stava rivelando la sua poliedrica personalità.

Quando erano al Fenix aveva fatto riferimento al Parnaso, un luogo leggendario che Violet aveva sentito solo nei racconti dei suoi nonni. Non se ne parlava nemmeno nei libri di scuola, se non riferendosi al mitologico monte delle Muse consacrato al dio Apollo.

Che fosse un dio? O un messaggero venuto da un’altra epoca? 

Questi dubbi affollavano la mente di Violet, mentre si perdeva negli scuri occhi di Vincent.

«È davvero profondo ciò che dici» fu l’unica cosa che riuscì a dire.

«Tempo fa ho scritto una poesia, non saprei dire se fosse riferita al mare o a qualcuno che dovevo ancora conoscere. Ma da allora la porto sempre con me, perché rileggendola, se chiudo gli occhi lo vedo davvero il mare».

«Sarei curiosa di leggerla» disse Violet.

«È un po’ imbarazzante per me» rispose Vincent sorridendo per la prima volta «ma se ci tieni, ecco».

Dicendo questo, porse a Violet un foglietto leggermente stropicciato ma piegato con estrema cura.

Era uno di quei fogli che si usavano una volta per prendere appunti, con la trama a quadretti azzurri.

“Stavo pensando al mare,
agli ombrelloni chiusi,
alle dune sulla spiaggia,
ai pedalò lungo la riva,
e alla sabbia in fondo alla valigia.

E poi pensavo a te,
che mi ricordi quest’estate,
passata e ancora viva,
lontana e mai finita,
leggera e abbandonata”.

«È una bella poesia» disse Violet ritornando il foglietto a Vincent.

«Ti ringrazio» rispose il ragazzo.

«Ma c’è una cosa che non capisco» continuò Violet «non si parla molto del mare, mi viene in mente una ragazza o un affetto lontano. Sbaglio?».

«Hai ragione» rispose Vincent «quello che dici è vero in parte. È vero che non parlo molto del mare, perché non ho una grande fantasia, non saprei descriverne i profumi, i colori, le sfumature di blu o la disposizione dei granelli di sabbia…però so che mi manca qualcosa, come il fatto di non aver mai visto il mare, mi segui?».

Violet non era del tutto convinta di aver capito, ma annuì.

«È come se una parte di me sapesse a chi è dedicata questa poesia, ma io ancora non conosco questa persona» continuò Vincent «lo so, può sembrare stupido, ma mi piace pensare che il giorno in cui conoscerò questa persona, allora vedrò anche il mare».

I due ragazzi si guardarono per qualche secondo senza dire nulla e proseguirono lungo il marciapiede intervallato dai lampioni verdi.

«Penso che qualsiasi cosa possa aggiungere sarebbe inadeguata» disse Violet imbarazzata «è davvero un pensiero molto romantico, anche se un po’ malinconico».

«Non direi proprio così» rispose Vincent «la malinconia è semplicemente uno stato mentale, quando le leggerò in un altro momento mi potrebbe trasmettere serenità, oppure tristezza, non è qualcosa di definitivo. Soprattutto non è qualcosa che possiamo controllare».

«Pensi che fosse questo ciò di cui parlava Kimberly?» domandò improvvisamente Violet, come se fosse stata illuminata da un’idea.

«A cosa ti riferisci?» domandò Vincent.

«Kimberly faceva riferimento al fatto che tu sei un “puro”, nel senso che non sei contaminato dal neuro-trasmettitore di Psychonet. Forse è per questo che faccio così fatica a seguire i tuoi pensieri, anche se una parte di me è incredibilmente attratta da questo».

«Non saprei risponderti» disse Vincent «io stesso faccio fatica a capire questo mondo. Mi sembra tutto così assurdo questo controllo dei pensieri. Come si fa a decidere di essere felici? O tristi? O vedere un colore piuttosto che un altro?»

«Non lo so» rispose Violet «so solo che ci sono nata in questo mondo, ma da quando ho questo ciondolo percepisco le cose in maniera differente. Come se tutto acquistasse improvvisamente un senso».

I due si guardarono ancora una volta per qualche secondo. Erano giunti alla fine del lungo viale che separa le case del distretto 11, gli spazi iniziavano ad aprirsi e anche gli edifici erano diversi.

Si erano fermati di fronte a quella che dall’esterno sembrava una palestra, all’interno c’era un rumore di ruote e musica ad un volume davvero alto per quell’ora del giorno.

L’insegna sopra il tetto recitava “Orpheus”: Violet si ricordava bene di quel locale, era il preferito di Daisy, un caffè letterario unico nel suo genere.

Decisero di entrare, anche perché l’umidità iniziava a penetrare nelle ossa, e un caffè caldo era ciò che entrambi, tacitamente, desideravano.

«Conosci questo posto?» domandò Vincent.

«Ci venivo ogni tanto, è carino, ti va?» rispose Violet facendo un ampio cenno d’invito con le mani.

«Perché no» rispose Vincent raccogliendo il suo violoncello.

L’interno dell’Orpheus era davvero distante da ogni idea di Vincent, a dire il vero sarebbe stato distante da ogni stereotipo di caffè letterario per qualsiasi persona.

Gli alti soffitti ospitavano uno skatepark coperto, con le rampe che facevano da divisorio alla parte posteriore del piano bar.

I tavolini erano ricavati da vecchie tavole di legno rovesciate e senza ruote, creando un effetto cromatico quasi psichedelico. I muri, le rampe, i tavolini, le sedie, erano un trionfo di colori da lasciare a bocca aperta.

Il palco ai piedi della pista sembrava fatto apposta per ospitare qualche gruppo indie dei primi anni 2000, di quelli che non si vedevano più da decenni, sostituiti dalla musica elettronica e dai neuro-trasmettitori musicali.

Come quel giorno, Violet era capitata in quel locale nelle ore diurne, ma era la sera che, a detta di Daisy, l’Orpheus si animava, fra sfide letterarie con poeti emergenti e gruppi musicali ad intermezzare le esibizioni di skater più o meno professionisti.

A Vincent si illuminarono gli occhi alla vista di quel basso palco, intimo, ma così pieno di significato.

«Pensavo fossero spariti i musicisti in città» esclamò stupito.

«In pratica è così» rispose Violet «i pochi rimasti si radunano in locali come questi, ma le esibizioni sono davvero poche in realtà».

«Scusi» domandò Vincent al barista che era indaffarato a sistemare un porta capsule di caffè liofilizzato «qualcuno si esibisce stasera?».

«Stasera?» domandò il barista controllando una vecchia lavagna appesa alla parete «dovrebbero esserci gli Underpoets».

«Fantastico» pensò Vincent.

«Pensi che sia un caso che questo luogo si trovi nello stesso distretto del Fenix?» domandò Vincent rivolto a Violet.

«Penso che mi sarei stupita del contrario» rispose Violet sorridendo.

«Un caffè ginseng per favore» disse Vincent al barista.

«Due» aggiunse Violet.

I due ragazzi si guardarono, poi, come se entrambi temessero di rivelare troppo all’altro, distolsero lo sguardo, verso le pareti colorate e i pochi skater intenti a provare un bigspin, senza molto successo.

«C’è un’aria diversa qui dentro» disse Vincent.

«C’è un’aria “orange”» rispose Violet.

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Andrea Caenazzo