Zona rossa apparente: quando l’irresponsabilità può compromettere la nostra cultura

Ciao, ho 27 anni e vivo in Italia. Lavoro con l’arte, con la cultura. Studio per diventare un/una professionista di questo settore da quando ho 6 anni. Ho iniziato controvoglia, per compiacere i miei genitori forse, ma poi ho scoperto il valore immenso di questo mestiere. Passo le giornate a fare mille cose: mi occupo della casa, studio, cerco nuovi concorsi ai quali poter partecipare, insegno musica in qualche scuola per mantenermi e non gravare sui miei genitori. Risparmio il più possibile. Sogno un posto di lavoro stabile, un teatro pieno di pubblico, degli spartiti con le mie iniziali sopra e le mie annotazioni fatte prima di un concerto.”

Se dovessimo raccontare in breve la vita del “giovane musicista medio”, sarebbe sicuramente questo il promettente inizio, se così si può definire.

“Nell’ultimo anno le proposte di lavoro fioccavano di continuo, concorsi che si sovrapponevano e che ovviamente richiedevano di preparare programmi diversi per ciascuna occasione. Ho studiato tantissimo, ma veramente tanto, come mai avevo fatto prima, perché…beh, insomma, ho 27 anni ormai…non sono più così giovane. Perdere un’opportunità alla mia età è imperdonabile. Mi sono armato/a di buona volontà e ho preparato tutto. 

L’8 marzo le mie speranze si sono sgretolate. Mi sono detto/a che le cose sarebbero andate per le lunghe e che non dovevo perdere tempo. È stato difficile continuare a studiare, moltissimo. Non avere scadenze era demotivante ed avvilente. La custodia è rimasta chiusa per un bel po’ di giorni. Poi mi sono fatto/a forza e mi sono nuovamente rimboccato/a le maniche. Avanti tutta, il più possibile, per non farsi piegare dalla situazione. 

I contagi hanno cominciato a calare e più ci addentravamo nella stagione calda più libertà ci era concessa. È uscito qualche nuovo concorso e la fiducia ha ricominciato a crescere. 

I giorni estivi sono trascorsi in maniera relativamente tranquilla ma, come avvenuto per il periodo precedente, non ho incontrato quasi nessuno per evitare di essere contagiato/a o di contagiare involontariamente qualcuno a cui tengo. Di buono c’è che ho passato ore ad ascoltare nuova musica, per apprezzare ed imparare ciò che non conoscevo. Era facile, a casa, scoprirmi con le cuffie alle orecchie mentre cercavo di ricreare nella mia piccola stanza l’enormità di una sala da concerto. Chiudevo gli occhi e immaginavo. Ma se ora volessi smettere di immaginare e volessi trovarmi per davvero su un palcoscenico di nuovo? 

Dalla fine di ottobre sono piombato/a nuovamente in un turbine di pessimismo: tutto bloccato, ancora una volta, e non solo perché forse qualche misura di contrasto poteva essere più restrittiva ma anche e soprattutto perché persino dopo mesi di brutte notizie, morti e sacrifici, qualcuno osava dire che il Covid era tutta un’invenzione e non esisteva. Come se la negazione non fosse stata sufficiente, si è aggiunta anche l’irresponsabilità di molti miei concittadini che senza alcun rispetto per gli altri e per il prossimo hanno continuato a comportarsi con leggerezza e superficialità. In pratica, io che ho 27 anni e sono in buona salute ho rispettato le regole, sono rimasto/a a casa e ho evitato il più possibile di viaggiare. Non mi sono mosso/a dalla mia città ma ho continuato a studiare, a darmi da fare. Ho poi scoperto che questo mio modo di gestire la situazione è stato reso vano da altre persone che meno civilmente e con incredibile egoismo hanno messo a repentaglio il mio futuro. “

Immaginiamo che nostro figlio, nostra sorella, abbiano vissuto così gli ultimi 9 mesi della loro vita. 

Arriviamo (forse) alla conclusione della storia.

“Ora è quasi Natale ed io sono ancora qui a studiare, senza la possibilità di mettere a frutto ciò che sto imparando. 

Pochi giorni fa, il Governo ha elencato le misure di contenimento della pandemia che riguardano appunto il periodo delle festività che si concluderanno il 6 gennaio 2021. 

A partire dallo scorso marzo, ho sempre provato ad avere fiducia nelle istituzioni, aldilà di questioni legate al partito di appartenenza, perché penso che alla fine, nonostante la condizione critica che ancora stiamo affrontando, l’Italia se la stia cavando bene se confrontata con gli altri Paesi del Mondo e perché nessuno nasce preparato per gestire una situazione complicata come quella attuale. Ho fiducia in chi ci rappresenta e ne ho anche nei cittadini che vivono nel mio stesso Paese. 

A chi non sta rinunciando a nulla in questo periodo vorrei dire questo: la nostra nazione ha radici in un passato fatto di resistenza, forse più di qualsiasi altra al mondo. Per questo pensate a me che sto combattendo il Covid a modo mio, nel mio piccolo, cercando di fare la mia parte e continuando a studiare. Pensate alla fatica che sto facendo per non abbracciare i miei nonni e per non andarli a trovare, ragionate sul fatto che non guadagno quasi niente ma continuo ad investire sul mio futuro qui, in Italia. Per un attimo, immaginate se vi trovaste al mio posto e non poteste fare nulla per controllare l’inciviltà e l’irresponsabilità degli altri che vi danneggia. Per un secondo, fate come in orchestra e cercate di capire come aiutare i vostri compagni di “squadra” dando il vostro contributo nel migliore dei modi. Guardate con occhi nuovi chi il suo futuro nel mondo della cultura se lo sta ancora costruendo ed ora, col Covid, l’impresa la deve affrontare con difficoltà ancora maggiori.

Ho 27 anni e vivo in Italia. Ho fiducia negli altri e nelle mie capacità. Spero che questo valga qualcosa, almeno quanto basta per far capire alle persone che una terza ondata io, come molti altri, non me la posso proprio permettere.”

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Marina Miola