Tacchi a spillo e Neruda

CAPITOLO VIII

Il silenzio regnava in quella piccola stanza, in un delicato equilibrio fra disordine e simmetria. Sì, perché le pareti tappezzate di immagini, si raccoglievano quasi uniformemente attorno all’unica poesia incorniciata all’altezza del piccolo letto di Violet.

«L’hai scritta tu?» domandò Vincent.

«No» rispose Violet «è un regalo…di un ragazzo».

«Un ragazzo?» domandò Vincent incuriosito e per la prima volta divertito.

«Sì, un ragazzo» tagliò corto Violet «ma ora non ci frequentiamo più».

I due rimasero in silenzio per un po’ in evidente imbarazzo, più per la giovane ragazza che tentava di coprire le emozioni con un eccessivo zelo nel preparare la stanza all’amico musicista.

«E ora che farai col tuo violoncello?» domandò Violet di sfuggita, mentre tirava fuori un vecchio cuscino dall’armadio.

«Non lo so, ma qualcosa mi dice che sarà lui a tornare da me in qualche modo, tutto scorre, anche in questa epoca».

Violet guardò perplessa il ragazzo, seduto a gambe incrociate sul suo letto, più preoccupato da decifrare gli indizi di quella stanza, che a trovare una reale soluzione per recuperare il suo prezioso fardello.

La parete vicino alla finestra, che poggiava sui due soffici cuscini in cui dormiva Violet, era coperta da una carta geografica dai contorni antichi. Non era un ologramma, non era nemmeno di quell’epoca.

Era di inizio millennio ma si ispirava chiaramente alle carte degli esploratori del Cinquecento: un arredamento alquanto bizzarro per una ragazzina di quell’età.

Vincent la guardava affascinato, finché a un certo punto, preso da un’emozione incontenibile toccò un punto della mappa: «Casa» disse.

Violet si avvicinò, era un punto più a nord della Capitale, verso i monti e le lande desolate, lesse ciò che c’era scritto: Parnaso.

«Allora esiste davvero» esclamò Violet sorpresa.

«Avevi qualche dubbio? Io sono reale» rispose Vincent.

«Tu non sei più reale di qualsiasi colore o profumo che Psychonet ci fa sentire, forse anche io sono solo una proiezione di qualcun altro, non esisterei se qualcuno non mi immaginasse».

«Cosa dici Violet…»

«Scusami, sono un po’ stanca…ti va un po’ di vino finché aspettiamo che siano pronte le barrette di pesce liofilizzate? In alternativa ho ancora un paio di uova in salamoia ma non so se…»

«Le barrette andranno benissimo, grazie, e anche il vino, è stata una giornata intensa».

Il vino era uno Chateau d’If del ’77, «dev’essere un’ottima annata» disse Vincent.

«Sei esperto?» domandò Violet incuriosita mentre tentava di svitare il tappo di sughero senza romperlo.

«Per nulla» rispose Vincent ridendo «ma è l’anno di fondazione del Parnaso, curiosa la vita».

Violet spostò alcune carte ammassate sulla scrivania e tirò fuori da uno scompartimento nascosto due calici di cristallo. Ne porse uno a Vincent e gli versò il vino, di un rosso intenso che emanava note floreali e selvagge al tempo stesso.

«È un regalo dei miei genitori dello scorso Natale, non l’ho mai voluto aprire, ma penso che questa sia l’occasione adatta».

«Cin cin» disse Vincent «a Orange Romance».

«A noi» disse Violet.

«Le barrette dovrebbero essere pronte, aspetta un secondo» disse Violet, e si allontanò, lasciando Vincent nuovamente assorto tra i pensieri e i misteri di quella stanza, che in certo senso erano gli stessi di chi ci abitava.

«Hai capito Violet, tanto timida, poi si rivela una spaccacuori» pensò Vincent mentre si guardava intorno.

Ai piedi del letto notò, quasi per caso, un paio di scarpe da donna con un vertiginoso tacco a spillo, bicolori: la parte sopra era nera, la parte sotto verde acqua, tendente al turchese. Sicuramente in netto contrasto con le semplicissime Converse nere che portava ai piedi quel giorno.

La visione di quell’accessorio così distante dall’immaginario di Vincent lo colpì non poco: “chi si nasconde sotto quello sguardo timido e quegli occhi così dolci?”.

Oppure “sta giocando con me?”.

Dopo qualche minuto Violet tornò con due piatti di carta e le barrette di pesce.

«qualcosa di energetico dopo la corsa di oggi» disse Violet ammiccando.

«Quindi sei una festaiola o un’intellettuale?» domandò Vincent a bruciapelo.

Violet non capì subito ciò che intendesse il giovane musicista, ma cambiò subito espressione, come se avesse voluto mettersi sulle difensive.

«Non ho capito» disse serenamente «puoi spiegarti meglio?»

«Lascia stare» disse Vincent visibilmente scocciato «mangiamo che si fredda».

I due non aggiunsero altro fino alla fine dello spartano pasto, poi si sedettero entrambi sul letto a gambe incrociate a sorseggiare i loro calici di Chateu d’If.

«Non è niente male sto vino» disse Vincent.

«Niente male sì» rispose di sfuggita Violet.

Era chiaro che nessuno dei due fosse interessato a parlare delle proprietà di quel vino, ma nessuno voleva esporsi per primo, per quanto Vincent non avesse mai abbandonato il pensiero di quei tacchi così lontani dalla Violet che pensava di conoscere.

Come al solito, fu proprio la giovane ragazza a rompere gli indugi e, senza girarci troppo intorno, disse:«ti piacciono le mie scarpe da discoteca?»

Vincent rimase spiazzato, non sapeva cosa rispondere, così se ne uscì farfugliando:

«Sono delle belle scarpe per una festa».

«È da un po’ che non me le metto più ormai, le conservo come memento, chi era la Violet scatenata che andava a mille feste, cyber-scambi, si ubriacava e si svegliava al mattino con un gran mal di testa e una grandissima voglia di fuggire nell’isola polinesiana più lontana, soltanto per dimenticare l’ultimo volto a cui mi sono concessa senza motivo, perché mi andava, o semplicemente perché volevo uscire dagli schemi. Senza rendermi conto che alla fine un nuovo schema me lo sono creato da sola, e non era nulla di fuori dal comune, tantomeno originale.

Rappresentavo uno stereotipo e non riuscivo più ad uscirne. E non c’entrava Psychonet qui, le catene me le ero create da sola, con queste mani.

Cercavo di riempire un vuoto con altri vuoti, queste scarpe sono un simbolo per me, il simbolo di un passato che mi appartiene, che mi fa male ma non rinnego, perché mi ha fatto diventare quella che sono ora, con i miei difetti, le mie debolezze, ma con una nuova consapevolezza, la consapevolezza di ciò che vale davvero, anche se devo ancora trovarlo».

Gli occhi dei due si fissarono per un secondo che sembrava interminabile, quel flusso di pensiero di Violet fece venire la pelle d’oca a Vincent, che in tutta risposta tacque, ma d’istinto prese Violet e la strinse al petto, come fanno gli innamorati.

Violet poteva sentire il battito del cuore di Vincent, non era un trucchetto di Psychonet, era tutto ciò che di più reale si potesse immaginare: le emozioni non hanno algoritmi, e quei battiti erano battiti di un ragazzo a cui stava per scoccare una scintilla.

Per Violet quella scintilla era già scoccata, un colpo di fulmine improvviso, tenuto nascosto dalla sua segretezza e dal suo nuovo pudore.

«Insieme alle scarpe hai trovato anche questo?» domandò Violet porgendo un vecchio libretto ingiallito a Vincent «Neruda» disse sorpreso.

Il segnalibro era posto su una poesia che mai più di altre avrebbe saputo sintetizzare le emozioni di Vincent in così poche parole:

“Non ti amo come fossi rosa di sale, topazio o freccia di garofani che propagano il fuoco,
t’amo come si amano certe cose oscure, segretamente, tra l’ombra e l’anima.
Ti amo come pianta che non fiorisce e reca dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori,
e grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo il denso aroma che sale dalla terra”.

Pablo Neruda

«Questa sono io» disse Violet sorridendo «una romantica di nuova generazione, se così si può dire».

Anche a Vincent scappò un sorriso e anche un leggero sbadiglio, erano entrambi molto stanchi e la giornata non era ancora finita.

«Ti va di riposarci un po’? Poi vedremo il da farsi e andremo all’Orpheus a cercare qualcuno»

 propose Violet.

«Penso sia un’ottima idea» disse Vincent stiracchiandosi.

«Bene, io vado un attimo in doccia, sono al piano di sotto i bagni ma non ci metterò molto a tornare, ti dispiace?»

«Non gli dispiace» pensò fra sé e sé Violet guardando Vincent già addormentato sul suo letto.

I bagni dello studentato erano divisi: quelli maschili erano al sesto piano, quelli femminili al terzo. Non era molto comodo, ma in quel modo si potevano ottimizzare gli spazi e quasi tutti godevano di una stanza privata abitabile.

Ogni piano aveva in più un’ampia cucina e una sorta di refettorio, anche se la maggior parte degli studenti preferiva consumare i propri pasti in camera.

L’acqua era calda, e il vapore iniziava a coprire le pareti; a quell’ora non c’era nessuno per i corridoi, quasi tutti si coricavano nelle proprie stanze prima delle lunghe lezioni pomeridiane, il silenzio era rotto solo da un usignolo poggiato su un ramo di fronte alla finestra del bagno.

«Ehi tu» disse Violet battendo con le unghie sul vetro per richiamare l’attenzione del passero.

Non si mosse, sembrava disinteressato, anzi, sembrava decisamente più interessato a un gran trambusto che doveva esserci in strada.

Violet non ci fece caso, lasciava l’acqua scorrere sul suo corpo magro, ripensando a ciò che aveva appena raccontato a Vincent. «Spero non si sia fatto un’idea sbagliata di me» pensò mentre apriva gli oli da cospargersi su capelli corvini.

L’acqua la rilassava, la faceva tornare bambina, quando i problemi erano altri ed era ancora un’innocente ragazzina entusiasta della vita. Cosa le era successo poi? Una ragazzina cresciuta troppo in fretta non è mai pronta a gestire il mondo e le contraddizioni degli adulti, mette maschere, più di una, finché un bel giorno si sveglia.

Così era capitato a Violet, aveva raggiunto il limite, e quel vuoto che aveva dentro di sé non si era riempito, era diventato una voragine.

Forse quel ragazzo, era stato mandato dal destino, Violet non credeva molto a queste cose ma c’erano troppe coincidenze per lasciarle cadere così velocemente.

E andava tutto troppo velocemente con Vincent.

«In fondo ci siamo solo dati la mano» pensò «magari neanche gli interesso».

“O magari sì!” disse un’altra area del suo cervello.

«Qui non c’entra Psychonet, deve essere una forza sconosciuta molto più potente, perché sento che quel ragazzo rappresenta il mio futuro, devo solo capire in che modo».

Mentre faceva tutti questi pensieri tornò verso la sua stanza, asciugandosi frettolosamente i capelli:

«Ok, penso sia il momento di parlarci seriamente» pensò fuori dalla porta «è tutto così assurdo».

Fece un grande sospiro, chiuse gli occhi e per un attimo le sembrò di vedere Daisy che sorrideva, la aprì.

Era ancora tutto perfettamente in ordine, le sue carte, i suoi quadri, il materassino: ma Vincent no, Vincent era sparito.

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Andrea Caenazzo