Cristalli di luce

CAPITOLO IX

Il soffitto era sparito, al suo posto volteggiava minaccioso un turbinio di luci al neon blu e fucsia, in un sottofondo scuro e tetro.

Anche il tempo sembrava una variabile lontana, come se anche lo spazio avesse deciso di distaccarsi e concedere una breve pausa ai suoi abitanti umani.

Così, in quell’atmosfera surreale eppure così profondamente terrena, anche i pensieri sembravano più leggeri, l’astrazione diventava definita, con una forma ed un colore che potessero essere intesi dalla limitatezza di una mente umana.

Anche il corpo non aveva più peso, e i movimenti si univano sinuosi al lento vorticare dello strano ospite luminoso.

Tutto era perfettamente in ordine, tutto era così assurdamente sensato da far impazzire chiunque avesse provato a trovare un’altra spiegazione a quell’increspatura dello spazio che, in un’altra occasione, sarebbe stata priva di senso.

Ma quel giorno no, tutto acquisiva un significato più profondo della semplice percezione visiva, tutto ruotava intorno all’unico elemento immutato nei millenni, qualcosa che spinge l’uomo al di là dei propri limiti, oltre la ragione e oltre ogni speculazione razionale.

Vincent non sapeva dargli un nome, di più, non sapeva nemmeno della sua esistenza, o forse non aveva mai voluto approfondire la sua ricerca.

Era ancora coricato sul letto, anche se non poteva più vederlo; sentiva la presenza di qualcosa sotto il suo corpo supino, ma era totalmente immateriale, come lui.

Solo i pensieri sembravano aver magicamente acquisito una forma. Vincent non c’era più, eppure non si era mai sentito così vivo.

Provò a muoversi, ma i movimenti erano totalmente differenti da quelli a cui siamo abituati, era come nuotare senza spostare l’acqua, perché era acqua. Era acqua, aria, terra e fuoco, era un tutt’uno con gli elementi naturali pur essendo lontano anni luce da tutto ciò che poteva essere minimamente paragonato alla natura come noi la conosciamo.

«Dove sono?» pensò.

«Forse la domanda giusta è “chi sono”» gli rispose un altro pensiero.

Vincent si guardò intorno, alla ricerca di una presenza a cui attribuire quella risposta senza corpo. Non un suono era stato emesso, non una vibrazione, era tutto solo puro pensiero.

Così, volse nuovamente lo sguardo verso l’alto, verso il vortice luminoso, ma nemmeno lì trovò una risposta.

«Chi sono?» pensò allora.

Silenzio.

Vincent si muoveva all’interno di quel luogo scuro, che man mano diventava sempre più familiare e meno buio.

Poteva riconoscere ogni sfumatura, ogni cambiamento di energia, ogni increspatura di luce, ma non sapeva ancora dove fosse, né cosa fosse diventato.

«Non sei diventato. Sei, e sei sempre stato».

Ancora quel pensiero, eppure non era partito da lui, non gli apparteneva, o almeno così sembrava.

Procedendo nelle tenebre Vincent imparò a scindere la realtà da quelli che erano i suoi schemi mentali fondati sulla materialità, doveva astrarre, sintetizzare e razionalizzare.

«Quindi io sono» ripensò nuovamente Vincent «ok, ma da dove vengo».

«Tu appartieni a questo luogo» rispose il pensiero.

Vincent rifletté un attimo, l’istinto lo avrebbe fatto propendere per domandare che luogo fosse, ma poi si ricordò delle regole di quella dimensione: astrarre, sintetizzare, razionalizzare.

«Se io appartengo a questo luogo, allora lo conosco già, non devo scoprire nulla e tutte le mie domande avrebbero già una risposta» pensò.

Poi continuò: «e se tutte le mie domande hanno già una risposta…» si fermò un attimo a guardare le luci vorticare più velocemente «è perché sono io stesso a rispondermi».

Silenzio.

Era sempre meno buio, una luce fioca iniziava a intravedersi nell’oscurità; Vincent procedeva in avanti, anche se la sensazione è che venisse investito lentamente da quella luce.

«E non c’è più grande cosa che amare,
senza aspettarsi nulla in cambio,
senza cercare un senso all’imperfezione,
perché in quell’imperfezione
c’è la perfezione di un disegno 
che ancora non conosciamo,
ma di cui già facciamo parte».

Queste parole illuminarono Vincent e tutto intorno a lui: non era più buio.

«Sono io» disse «sono dentro la mia mente».

Improvvisamente divenne tutto più chiaro, i suoi pensieri, i suoi sogni, le sue emozioni, la sua identità. Era tutto così sensato da commuovere anche un duro come Vincent.

«Quindi è questo il senso di tutto» pensò nuovamente.

«Questo è il tuo senso di tutto» rispose il pensiero.

«È il mio senso di tutto» pensò Vincent.

«Perché sono qui?» chiese nuovamente.

«Perché non dovresti essere qui?» rispose il pensiero.

«Perché io vivo sulla Terra» pensò Vincent.

«E perché dovrebbero essere due luoghi separati? Non fa forse parte della Terra il tuo pensiero? La Terra non fa forse parte del cosmo? Il cosmo non è forse una declinazione dello spazio e del tempo?» rispose il pensiero.

E continuò: «Ti eri distaccato da ciò che sei, dal tuo pensiero. Dovevi ritrovare il legame che ti separava dal resto del mondo, vivendo una vita vuota e senza senso. Ora hai trovato il tuo senso del tutto, e ti puoi riconciliare con il mondo».

Quel pensiero, che in fondo era il suo, toccò nel profondo Vincent.

«Quindi è sempre stato tutto dentro di me» pensò.

«Sì» rispose il pensiero.

«E come ne esco ora?» chiese Vincent.

Silenzio.

La risposta Vincent la sapeva già, ma avrebbe voluto una conferma, quasi un tacito consenso su quello che avrebbe dovuto fare: la cosa giusta.

Di “cose giuste” ne aveva inseguite parecchie nella sua giovane vita: l’amicizia, la letteratura, l’arte, la passione per la musica. Ma nessuna di queste aveva plasmato la sua anima in maniera definitiva, sentiva un vuoto incolmabile dentro di sé, che cercava di riempire innaffiando la sua vita di “cose”, senza trovare un senso logico.

Il violoncello era stato il suo fido compagno per diversi anni, e solo ora che si era distaccato forzatamente dal suo prezioso fardello, sentiva che non era quello a mancargli veramente.

Specchiarsi nella sua arte era diventato pericoloso, rischiava di annegare nel proprio ego come Narciso, e forse era proprio quello il motivo del suo vuoto.

Non riusciva più a contenere la sua arte, doveva donarla, trovarle un senso, un volto…«e se fosse quello di Violet?» pensò.

Silenzio.

Nemmeno il pensiero poteva rispondere a quella domanda, talmente carica di emotività che avrebbe rischiato di far implodere quel luogo senza forma.

Vincent ripensò alle parole di Violet: “Cercavo di riempire un vuoto con altri vuoti”.

«Cosa voleva dire?» pensò «E io cosa potrei darle di più di ciò che sono? Siamo così diversi in fondo, poi ci conosciamo da così poco tempo…».

«Il tempo è una variabile senza padrone» rispose il pensiero.

Ed era vero, Vincent se ne stava accorgendo lì dentro, dove spazio e tempo erano appiattiti e non avevano dimensione.

Quanto poco contassero tempo e spazio non se ne era mai reso conto prima di allora, quanto poca rilevanza avessero rispetto alla forza delle emozioni e dei pensieri in grado di accorciare le distanze e fermare i secondi in cristalli infinitesimali, come sogni conservati gelosamente da un gioielliere troppo pigro per esporli in vetrina.

Lì dentro non c’era nemmeno spazio per algoritmi o proiezioni virtuali, il freddo determinismo di Psychonet perdeva ogni potere in confronto alla razionale irrazionalità del presentimento d’amore che iniziava a nascere dentro di Vincent.

«Il tempo è una variabile senza padrone» ripensò Vincent, e sorrise. Ora sapeva cosa doveva fare, anche se ancora non immaginava dove l’avrebbero portato le sue azioni, ma tutto doveva partire da lui, come in un moto perpetuo.

Anche i desideri iniziavano ad avere forma e ad alimentare come combustibile la fiamma che iniziava ad ardere in lui, doveva essere tutto diverso da quel momento.

Voleva staccarsi dal suo ego di musicista, abbracciare il mondo con le sue debolezze, le mille contraddizioni e scendere nei bassifondi dell’etere per bagnarsi di quell’umanità che per troppo tempo era stata rinchiusa tra le sbarre dorate del Parnaso.

La sua anima doveva spiccare il volo verso la Terra, tuffarsi nella quotidianità, nel tedio, nell’incertezza, per ritrovare quel senso perduto, quel sentore d’amore che mai aveva conosciuto prima di allora.

«L’amore non è qualcosa di divino o di ultraterreno» disse il pensiero che stava seguendo tutti i ragionamenti di Vincent «l’amore è quanto di più umano si possa immaginare».

«Ma cos’è l’amore» pensò Vincent.

«Staccarsi dal proprio io, per donarsi, ritrovarsi e perdonarsi» rispose il pensiero.

Poi una luce accecante coprì il fascio luminoso soprastante, fino a colpire Vincent che si sentì trafitto da mille fredde lame.

Quello che rimaneva di lui iniziò a vorticare velocemente, poi sempre più lentamente, finché non si fermò.

Vincent poteva di nuovo sentire il suo corpo, ma non era più nella stanza di Violet: «dove sono?» disse. Iniziava pian piano a riacquistare la vista, le immagini erano sempre più nitide, era già stato in quel luogo…finché sentì un forte colpo alla testa, e svenne.

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Andrea Caenazzo