Lampi a primavera

CAPITOLO X

«Tempo al tempo» disse Daisy.

Le due amiche stavano discutendo sulla rampa di scale che portava al primo piano dell’Università, fuori nevicava, erano quasi le sei di sera, e i lampioni emanavano una luce fioca, intervallata dalle sfumature rosa del cielo di inizio gennaio.

«Non capisci» rispose Violet «ho bisogno di una risposta, ci volesse tutta la notte, non puoi lasciarmi così».

Gli occhi bruni di Violet erano più profondi del solito, come se al loro interno si fosse improvvisamente sprigionata un’energia sconosciuta, ancestrale, dai sapori antichi ma così incredibilmente familiare.

La sete di sapere di Violet era sempre stata il motivo principale della sua innata curiosità, a volte si spingeva al limite dell’invadenza con alcune persone, ma senza volerlo, faceva parte di lei, del suo modo di essere. 

Il paradosso maggiore, in chi aveva la fortuna di incontrare quella fragile ragazza così piena di storie da raccontare, era proprio lì: chiusura totale verso gli altri quando si trattava di parlare di se stessa, incredibile curiosità quando era lei a voler entrare nell’anima di chi veramente riteneva interessante e alla sua altezza.

Era successo così anche con Daisy; Violet non era mai stata particolarmente interessata alle amicizie fra i banchi dell’università, meccanismi troppo scontati per un’anima esigente e libera come la sua. La storia dell’arte era interessante solo se a scoprirla era lei, fra le migliaia di libri della libreria virtuale del suo polo universitario.

A volte si perdeva con il Virtual Reader, seduta sulle poltrone della biblioteca, sorseggiando tè nero e fantasticando sulle favolose immagini che venivano proiettate sulla sua mente.

Il Partenone, fra tutte, era la sua preferita: passava ore ed ore a visitarlo, scorrendo il rendering virtuale con avidità, sete di sapere di conoscenza. Chi poteva progettare una tale idea di perfezione? Cosa nascondeva l’incredibile logicità della sezione aurea? E quante altre ricchezze erano state perdute nei secoli?

Tutte queste domande affollavano la mente di Violet, mentre sola sfogliava le pagine nella sua mente brillante e tormentata.

L’incontro con Daisy non fu niente di speciale, non c’era una storia su cui ricamare; due parole in biblioteca mentre Violet stava cercando fra gli ologrammi degli scaffali il codice di un libro sulla pittura fiamminga.

«C-942» rispose Daisy, l’aveva appena letto. E fu così che fra le due scattò la scintilla di una delle amicizie più profonde e sincere che Violet avesse mai avuto.

Anche un litigio non era mai un litigio per le due amiche, era solo l’ennesima occasione per conoscersi meglio, per approfondire il loro legame in una stretta indissolubile che solo l’improvvisa scomparsa di Daisy avrebbe potuto spezzare.

Così, anche in quella fredda sera di gennaio, Daisy e Violet stavano discutendo; ma quella volta non c’era un oggetto noto alle due, temevano si sarebbero perse in qualche modo fra i meandri dei segreti che, da diverso tempo, Daisy nascondeva, e l’avevano fatta allontanare dall’amica.

«Di cosa hai paura? Chi ti minaccia? Parlami ti prego» implorò Violet all’amica.

«Non avrei dovuto farmelo sfuggire» rispose Daisy «è tutto molto più grande di me e di te, più grande delle nostre vite».

«Niente può essere più importante della vita» rispose Violet.

«Ciò che le dà forma» disse sottovoce Daisy, poi continuò «ciò che dà forma ai nostri sogni, non credi che sia molto, molto più importante?».

Violet si fermò un attimo a pensare, non era veloce ad elaborare tutte le informazioni, e quel giorno ne aveva parecchie che frullavano nella sua pur brillante mente. Ma una risposta tardava ad arrivare, sia da parte sua, che da parte dell’amica.

«Dipende» rispose Violet «dipende dai nostri sogni».

«Cioè?»

«Sei sicura di conoscere la forma dei tuoi sogni? Non la vediamo forse solo nel raro caso in cui, anche solo per un istante, ci illudiamo di poterli realizzare?»

Le due amiche si guardarono per un minuto che sembrò interminabile, finché Daisy sorrise, fece due passi verso Violet e l’abbraciò.

Violet era quasi sicura che due lacrime bagnarono il volto dell’amica, prima che in tutta fretta si mettesse le mani sul volto e guardasse per l’ultima volta la compagna di mille avventure.

«Un giorno capirai» disse, e si allontanò correndo senza voltarsi sulla rampa di scale fino all’uscita. Solo a quel punto, prima di uscire, un fremito attraversò Violet, come un presentimento, di quelli difficili da elaborare ma che non ti abbandonano mai. 

E così fu. Quella fu l’ultima volta che Violet vide Daisy.

Stringeva ancora in mano il suo ciondolo arancione a forma di libro, come un amuleto; inconsciamente sapeva era l’unico legame rimasto con Vincent. Non sapeva nulla di lui, tranne che erano legati dallo stesso destino, e aveva un colore ben noto.

D’istinto la prima cosa che pensò di fare fu di tornare al Fenix, Alan o Kimberly avrebbero potuto aiutarla in qualche modo. E se non avessero potuto? E se Vincent se ne fosse andato di sua iniziativa?

Quest’ultima ipotesi era quella che più la spaventava, perché non avrebbe potuto fare nulla, perché significava che non era lui il ragazzo del destino, quello che avrebbe potuto dare una forma si suoi sogni.

Che poi, Violet non aveva nemmeno mai sognato prima di allora, la sua massima ambizione era divertirsi con chiunque si rivelasse interessante per la durata dell’ennesimo bicchiere di gin tonic buttato giù con la stessa velocità con cui cambiava immagini nel Virtual Reader.

Con Vincent si era fermata, aveva rallentato il tempo, respirato a fondo e si era per la prima volta resa conto di vivere una vita in terza persona, come un burattino di Psychonet.

Forse non era realmente così, ma sentiva di avere bisogno di quel ragazzo, ed era quasi certa che per lui era lo stesso.

Solo quel dubbio la assaliva, ma durò ben poco.

Avvicinandosi al letto trovò un oggetto che in un primo sguardo, nell’agitazione le era sfuggito, perso fra le pieghe delle coperte: un cubo metallico di colore cangiante, ora blu, ora rosso, ora volaceo.

Appena lo prese in mano, una forte luce abbagliò la stanza; Violet non vide più nulla, finché tutto tornò normale, e al posto del piccolo cubo rimase l’ologramma di un testo.

«Dammi un buon motivo per dimenticare
Ogni arcobaleno quando in fondo è solo un temporale
Non saranno i fulmini a rinchiudere i tuoi sogni a chiave
Quando la distanza a questo punto si fa siderale»

Cosa significavano quelle righe? Era un enigma, oppure un messaggio di aiuto?

Quello che era certo era che Vincent non se ne era andato di sua spontanea volontà, Violet lo sentiva, il suo istinto parlava per lei.

A parlare in quella stanza così vuota erano quei pochi versi, abbandonati come il biglietto di un adolescente che va via di casa, come chi non vuole farsi dimenticare, come chi ha bisogno di aiuto.

Violet non temeva i fulmini, tantomeno la distanza, quella che la separava da Vincent, quella che da tempo la separava dalla verità su Daisy.

Tutto coincideva in modo misterioso, come nella sezione aurea, doveva solo chiudere il cerchio, e per farlo le mancava un tassello fondamentale: Vincent.

Dopo qualche minuto, con una piccola interferenza, anche l’ologramma sparì, lasciando Violet sola a riflettere su quello che avrebbe dovuto e voluto fare.

Chiuse gli occhi, sfiorò le tempie e compose il numero dell’Orpheus; dopo qualche secondo una voce femminile rispose: «Orpheus, buonasera».

«Violet Springs, buonasera, sto cercando un ragazzo di nome Vincent, Vincent Van Dijk, si trova per caso nel locale?».

Era una domanda assurda, Violet se ne rese conto, come assurde erano le speranze di trovare Vincent in quel modo, ma da qualche parte doveva iniziare, e l’Orpheus era l’unico locale insieme al Fenix dove era stata con il giovane musicista.

«Spiacente» rispose la voce «in questo momento c’è solo lo staff che sta preparando il palco per la serata».

Violet chiuse la telefonata «c’era da aspettarselo» pensò.

Le parole dell’ologramma erano ancora impresse nella sua mente «in fondo è solo un temporale» disse.

Guardò fuori dalla finestra, non pioveva, ma qualche lampo iniziava ad intravedersi in lontananza; niente di più ironico.

Sembrava che anche il meteo seguisse i pensieri di Violet, eppure dentro di lei non pioveva, c’era una primavera che stava per sbocciare, e il seme l’aveva posto un giovane musicista del Parnaso.

Non aveva paura, quella l’aveva lasciata alle spalle, c’era solo una gran voglia di scoperta, di conoscere il mondo intorno a lei e chi gli aveva donato quei nuovi colori.

Fuori ora pioveva, ma non dentro Violet.

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Andrea Caenazzo