In equilibrio precario, ma con una visione

Il nuovo anno si presenta con nuove speranze, carico di aspettative dopo un 2020 complesso, ma non per questo meno generoso di sfide pronte ad attenderci.

Perché alla fine diciamo sempre le stesse cose: “andrà tutto bene” è diventato un mantra che alla lunga si è svuotato di ogni significato, ma se non fosse ciò che abbiamo bisogno di sentirci dire?

Negli ultimi mesi ci è sfuggito il concetto di reazione positiva, quello tanto citata nel nostro amato blog, la caratteristica principale che ci rende tutti “orange”. Ma cosa significa esattamente?

Vuol dire prima di tutto essere realisti, essere consapevoli che siamo esseri umani e, in quanto tali, soggetti ad imperfezione, la stessa imperfezione che ci rende tutti così straordinariamente vulnerabili, come abbiamo imparato a conoscere nell’anno appena passato.

E da questa vulnerabilità deve partire il nostro inno all’umanità: fragile, imperfetta, ma unita. Unita nelle nostre debolezze, che altro non sono che la principale fonte di ispirazione per poter superare i nostri limiti: attraverso l’arte, la musica, la letteratura, lo sport, la scienza…

Siamo straordinariamente umani, mortali, eppure tendiamo all’infinito. Tendiamo all’infinito quando non ci accontentiamo di esprimerci in modo convenzionale, ma lasciamo parlare le nostre passioni, come una sinfonia che riecheggia nel nostro limitato universo. Un universo fatto di sogni, speranze, progetti, gioie, ma anche difficoltà, dolori, sfide.

Essere “orange” vuol dire anche saper attendere, aspettare il proprio momento consapevoli dei propri mezzi e, nell’attesa, prepararsi in ciò che sappiamo fare, tirare fuori il meglio della nostra umanità, e farci trovare pronti. Pronti non solo per il nuovo anno, ma per ogni singolo giorno in cui saremo chiamati a lottare, sudare per un posto di lavoro, passare notti insonni fra i libri, commuoverci per un film in tv, gioire per il gol della squadra del cuore, piangere per una delusione, ridere per una barzelletta raccontata dal nonno, cucinare e dimenticarsi il sale, correre per prendere l’ultimo treno, bagnarci sotto la pioggia, goderci un tramonto, innamorarci ogni giorno della persona amata…

Essere “orange” non è un privilegio per pochi, è un diritto per tutti; è il diritto di sentirsi vivi, di sentirsi umani e consapevoli che, anche se non dovesse andare tutto bene, noi abbiamo fatto di tutto per farlo andare bene, e se capiterà di cadere, ci rialzeremo, finché non sarà tutto finito.

Perché tendiamo all’infinito è vero, ma non siamo infiniti. Questo non ci deve spaventare; quando capiterà di camminare in equilibrio precario, con le braccia aperte per non cadere e facendo attenzione ai nostri passi, con lo sguardo rivolto verso il basso, allora non sarà importante quante volte vacilleremo, avremo paura o non vedremo più in là della punta dei nostri piedi.

L’importante sarà ciò che avremo di fronte, che sia veramente lì, pronto ad aspettarci o ancora nella nostra testa: se avremo una visione continueremo ad andare avanti, sempre.

Buon anno,

Andrea

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Andrea Caenazzo
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