Il tempo del maestrale

CAPITOLO XII

Violet bussò con decisione alla porta, nessuna risposta. Si guardò velocemente intorno, sembrava non esserci nessuno nei paraggi, un silenzio surreale, di una surreale domenica pomeriggio.

Provò nuovamente a bussare; questa volta, dopo qualche secondo, ad aprirle la porta arrivò un ragazzo sulla ventina con un taglio moicano e due vistosi pendenti sui lobi sottili.

«Siamo chiusi spiacente…» disse rivolto a Violet.

«Cerco Kimberly» lo interruppe, mettendo il piede davanti all’uscio per bloccare ogni movimento del ragazzo.

Il giovane fissò con stupore la decisione di quella ragazza bruna dallo sguardo fiero e pieno di determinazione. 

Eppure, a un osservatore più attento, gli occhi lucidi di Violet non sarebbero sfuggiti, così come quel recondito sentimento di tristezza che si portava dentro da un po’, e che solo Vincent sembrava aver allontanato per qualche, illusoria, ora.

«Non abbiamo tempo da perdere con altri eventi, ora se non ti dispiace…» rispose seccato il ragazzo.

Violet entrò con maggior decisione, spingendo in avanti il ragazzo, nonostante la notevole differenza di stazza.

«Non sono una PR, cerco Kimberly per una cosa urgente: riguarda Orange Romance».

A quelle parole il ragazzo si fermò, fece un passo indietro e si allontanò verso la porta che portava al magazzino che Violet conosceva bene.

Dopo qualche minuto ritornò con Kimberly, che a grandi falcate si avvicinò a Violet.

«Cosa è successo?» disse «Nathan mi ha parlato di un’emergenza per Orange Romance, Vincent?»

Violet fece un grosso sospiro, le mani le tremavano, come se la cosa fosse successa qualche minuto prima. Ma Vincent era sparito da più di un giorno ormai.

«Vi ho cercato ovunque, al telefono non rispondevate, poi sono andata all’Orpheus e…»

«Calma, calma…» rispose «una cosa alla volta, entra intanto, sediamoci».

Violet entrò nel locale, come al solito la pista da ballo vuota faceva uno strano effetto, così come le stelle filanti sul pavimento, a memoria di una festa ormai passata, come la serenità della ragazza.

Le due si sedettero su un divanetto vicino all’entrata, mentre Nathan si preoccupò di portare un bicchiere d’acqua con dei sali minerali a Violet.

«Bevi questo» disse «ti sentirai meglio».

Violet bevve tutto d’un fiato, poteva essere qualsiasi cosa, anche veleno per quel che poteva saperne, ma arrivata a quel punto, quelle persone erano le uniche di cui poteva fidarsi, e il suo sesto senso le diceva che non c’entravano con la scomparsa di Vincent.

«Vincent è scomparso» esordì così Violet, presentando subito il problema. Non le importava il motivo, non le importavano le ipotesi sulla sua sparizione; sapeva che era sparito e voleva ritrovarlo a tutti i costi.

Kimberly ascoltò con attenzione il resoconto, non privo di dettagli, di Violet, che dal canto suo cercò di essere il più esaustiva possibile.

La prima rimase impassibile, mentre Violet ogni tanto si interrompeva più per l’emozione che per scavare nella memoria.

«Vai a chiamare Alan» disse Kimberly rivolta a Nathan «chiedigli di informarsi sugli ultimi utilizzatori del ChronoTransporter e fatti mandare i tabulati degli ultimi contatti extra-governativi nell’hub locale di Psychonet».

Il ragazzo si fiondò verso il magazzino, mentre Kimberly si rivolse a Violet:

«Non devi preoccuparti, ho un forte sospetto di dove si possa trovare il tuo amico ora ma…»

«Dove si trova? È in pericolo? Cosa facciamo?» domandò Violet sempre più agitata per la situazione.

«Ma» continuò Kimberly «non devi preoccuparti al momento, cerca di restare fuori dai guai piuttosto».

Violet ebbe una breve esitazione, ma non aggiunse altro, tutto le sembrava così assurdo, tranne Kimberly. Lei le trasmetteva quella serenità che solo Vincent in parte le aveva regalato, ma in un modo diverso, quasi materno, nonostante la sua giovane età.

Nella sua dolcezza sapeva infondere sicurezza e allo stesso tempo non faceva mancare la sua autorevolezza, in un connubio perfetto che la rendevano ideale per tenere le redini di un gruppo così giovane e inesperto.

«Dove passi la notte?» domandò.

«Nel mio dormitorio, anche se non penso che dormirò molto nemmeno oggi…» rispose Violet.

«Dove si trova?»

«Distretto 7»

«Troppo rischioso» rispose Kimberly.

«Perché?» domandò Violet

«Troppo vicino al portale»

«Che portale?» 

Kimberly non rispose, diede una rapida occhiata alla porta che conduceva al magazzino, poi rivolse lo sguardo alla giovane ragazza.

«Ci sono tante cose che devi sapere, cara Violet, ma arriverà il momento, tempo al tempo…» disse con dolcezza.

“Tempo al tempo”, le stesse parole usate da Daisy, in un contesto simile ma in tempi differenti.

Il tempo con Violet non era stato troppo clemente in quegli ultimi anni, le aveva portato via troppo presto la sua migliore amica, e adesso Vincent. Quanto tempo avrebbe dovuto aspettare prima di capire perché era stato così crudele con lei?

«Io ho bisogno di sapere, Kimberly, ho perso la mia miglior amica per colpa dei vostri segreti, sto perdendo Vincent perché voi non mi dite dove diavolo è finito ora, sto perdendo me stessa, non so più dove sono, non so nemmeno più cosa sono diventata…»

Kimberly rifletté un attimo prima di rispondere poi disse semplicemente:

«Alzati, andiamo da me, avrai delle risposte»

«In che senso?»

«Non puoi tornare al dormitorio, c’è una carica troppo attiva nel Cyberspazio sopra il distretto 7, rischieresti di venire trovata».

Violet la guardò stranita, non aveva capito mezza parola ma non voleva far la figura della pivellina.

«So che sembra assurdo, ti devi fidare di me, devi stare tranquilla ma non possiamo permetterci di rischiare inutilmente, sarebbe da irresponsabili e alquanto sciocco» concluse Kimberly.

Poi continuò: «Almeno stanotte la passerai a casa mia, non è molto grande, ma ti posso sistemare sul divano, se ti piacciono i cani ti troverai bene».

Violet annuì con la testa, ma il suo pensiero era sempre rivolto alle sorti del suo amico.

Le due si incamminarono verso la porta, quando Nathan corse verso Kimberly brandendo un cubo simile a quello trovato da Violet poco dopo la scomparsa di Vincent sul suo letto.

«È stato aperto» disse ansimando «è stato aperto» continuò «il varco».

Kimberly sembrò decisamente più allarmata di prima, anche se dopo qualche secondo si ricompose e rispose con fermezza al ragazzo.

«Avvisa tutti i nostri hacker, questo è un 721-lambda»

Nathan annuì e compose un numero con il neurotrasmettitore, allontanandosi verso il bancone del bar.

Violet non capiva più nulla, le sembrava di perdere il contatto con la realtà, o semplicemente non la comprendeva appieno quella nuova realtà.

«So a cosa stai pensando» disse Kimberly «non è facile da spiegare, ma come ti ho promesso, avrai tutte le spiegazioni del caso, è un tuo diritto. D’altronde ora sei una oranger anche tu no?» 

«Oranger?» domandò Violet.

«Oranger sì, come me e Ntahan, o Alan, o la tua amica Daisy…». Kimberly si bloccò, quasi imbarazzata, ma Violet non sembrava turbata.

«Non ti preoccupare, sono orgogliosa della mia amica» rispose Violet.

«Devi esserlo» disse Kimberly.

«Voglio meritarmelo prima di essere definita una vera oranger, tempo al tempo» disse Violet.

«Tempo al tempo» rispose Kimberly sorridendo, poi continuò «sai, conosco una poesia, che parla proprio del tempo, ma non lo vede come un nemico, o un oggetto da custodire gelosamente. No, lo vede come una leggera brezza, che soffia inesorabile, ora piano, ora forte, fino a che non muta…»

«Mi piacerebbe sentirla» disse Violet.


«Ed io mi rivolsi al tempo,
come ci si rivolge alla rugiada mattutina,
senza pretese,
perché il tempo non ne ha,
senza timore,
perché il tempo non ne incute,
senza dare nulla in cambio,
perché il tempo non possiede.
Così domandai:
“Perché sei così ingiusto, coi giusti?”
E il tempo rispose:
“Non sono né giusto né ingiusto,
né buono né malvagio,
né ricco né povero.
Semplicemente sono,
perché senza di me nulla avrebbe senso,
come una brezza che soffia in primavera,
si trasforma nel vento caldo dell’estate,
poi vento, per far cadere le foglie autunnali
e infine maestrale, per farti sognare ancora la primavera.
Cambio, ma sono sempre lo stesso,
come voi uomini, che sperate nel domani,
e vi dimenticate il presente”.

Violet riaprì gli occhi, Kimberly era lì, sorridente, a ricordarle che quello era il loro presente, e non c’erano scuse o domande da fare. Il loro senso stava racchiuso lì, in quelle mura chiamate quartier generale, in quel tempo così stretto ma così importante, e in quel sogno, così assurdo ma così vero, chiamato Orange Romance.

«Sono pronta» disse Violet «andiamo».

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Andrea Caenazzo