Amor

CAPITOLO XIII

Erano passati quasi due giorni, e Vincent pigramente si trascinava in cucina per versarsi una tazza di caffè nero bollente, mentre leggeva sul televisore le notizie della giornata.

Era gennaio, il primo mese del 2020, e il mondo che veniva trasmesso sul monitor sembrava così lontano e diverso dal suo. 

I veri problemi sembravano avere tutto un altro peso e soprattutto un’altra risonanza mediatica rispetto all’epoca da cui veniva.

Inquinamento, guerre, divisione politica, criminalità e molto altro; eppure nulla pareva toccare in prima persona Nausicaa, che se ne stava sonnecchiante sul dondolo sotto la veranda, a rimirare i canneti mossi dal vento.

Vincent ricordava vagamente ciò che aveva studiato sulle pagine di storia i primi anni di accademia al Parnaso, ma il fatto di trovarsi lì, esattamente dentro la storia, era una sensazione unica. Era inquieto Vincent, eppure distaccato dalle vicende mondane, la sua mente era proiettata al 2121, a Violet, a Orange Romance, a Psychonet.

Non era ancora del tutto sicuro di quell’esperienza; se c’era una cosa che aveva imparato nel suo secolo era che i sensi possono ingannare, e che il potere della mente era migliaia di volte superiore a quello di qualsiasi altra forza.

O almeno così credeva, prima di essersi scontrato con un’altra forza, ancora sconosciuta, ma non per questo meno affascinante. La sensazione che aveva provato sfiorando la morbida mano di Violet era una sensazione nuova, mai provata prima, e ora che il distacco era così netto, non solo spaziale, ma anche temporale, quella forza la sentiva ancora più forte in lui. 

Ma non si trattava di un gioco della mente, era una forza trascendente e immanente allo stesso tempo: era in tutte le cose, e spiegava ogni cosa. Dare un senso al mondo era compito di ogni artista, ma Vincent si sentiva piccolo e insignificante al cospetto di quella forza, tanto piccolo che ogni tentativo di spiegarla sarebbe stato vano.

Era una forza così potente da togliere peso anche alla morte, perché solo pronunciandola non faceva poi così paura.

«Amor» sussurrò Vincent «A-mors» ripetè nuovamente.

Si fermò a pensare, a tutto ciò che aveva imparato all’accademia, alle lezioni di musica, alla storia dei vari compositori e di tutti gli artisti a cui si era sempre ispirato.

Per cosa avevano vissuto? E avevano temuto il momento della morte?

La spiegazione la sapeva già; la ripensò ancora una volta «Amor», e sorrise.

«A cosa pensi?» domandò Nausicaa rientrando.

«Alla vita» rispose Vincent «e alla morte».

«Sono forse due cose separate?» domandò Nausicaa.

«Credo di sì» disse Vincent.

«Perché secondo te?»

«Perché quando c’è una, finisce l’altra»

Nausicaa non rispose, ma afferrò lo sgabello e si sedette accavallando le lunghe gambe nude. Il suo candido vestito bianco le copriva a malapena le cosce, e lasciava intravedere un tatuaggio colorato che poteva essere la coda di una sirena.

I capelli sciolti di Nausicaa coprivano un viso struccato, ma non per questo meno bello. La pelle come ceramica rifletteva i riflessi di luce che entravano dalla finestra, mentre le lunghe dita tamburellavano sul bancone della cucina, come se suonassero un ritmo tribale di epoche passate.

«Ti potrei smentire in molti modi» rispose finalmente Nausicaa «ma preferisco farti una domanda».

«Ti ascolto» rispose Vincent.

«Sai perché sei qui?» domandò.

«Me l’hai spiegato ieri, ma non credo di averlo capito del tutto» rispose.

«E perché non hai provato ad andartene?» domandò nuovamente la ragazza.

«Perché non saprei dove andare, e sento di potermi fidare di te» rispose Vincent.

«Tutto qui?» domandò stupita Nausicaa.

Vincent fissò nuovamente il monitor del televisore, come se fra i sottotitoli del telegiornale si potesse nascondere una risposta più soddisfacente.

Dopo qualche minuto rispose: «Perché sto aspettando».

Nausicaa sorrise: «esatto Vincent, stai aspettando», poi continuò «non è forse così anche la vita? Una continua attesa, sappiamo fin dalla nascita di avere una scadenza; nasciamo con la consapevolezza di morire. E allora riempiamo l’attesa con un’infinità di altre cose, sperando di dimenticarcene, illudendoci di essere immortali. Accumuliamo ricchezze, cerchiamo di circondarci di più affetti possibili immaginando che non ce ne separeremo mai».

«Ma non è così» la interruppe Vincent.

«Non è così» disse Nausicaa «non è così, perché come la tua attesa in questo posto, in questa epoca per te lontana, anche l’attesa di qualcosa di perituro è un’attesa vana. Perché l’unica cosa che vale veramente la pena di attendere in questa vita è ciò che toglie l’idea della morte, con un semplice alfa privativo».

«Amor» disse Vincent sottovoce.

«Amor» rispose Nausicaa.

I due giovani si guardarono, come se nello sguardo di ognuno ci fosse un universo inesplorato pieno di significati, come se tutto improvvisamente avesse acquistato un senso e quel senso aveva il colore dell’azzurro degli occhi di Nausicaa, o il nero di quelli di Vincent.

Per Vincent quel senso, in realtà, aveva una forma e un nome ben definito e forse lo sapeva già da tempo, 101 anni per la precisione: Violet.

«Nausicaa» disse Vincent.

«Sì?» rispose.

«Perché sono qui?» domandò Vincent.

«Per trovare il tuo senso» rispose la ragazza.

Vincent tacque, ma teneva lo sguardo fisso sugli occhi azzurri di Nausicaa, che per la prima volta allontanò lo sguardo.

Dopo qualche secondo riprese: «Hai presente le bolle di sapone?» domandò.

Vincent annuì silenziosamente col capo.

«Le hai mai viste allontanarsi in cielo? Verso il sole? Così in alto da non poter più distinguere l’esatto momento in cui scoppiano?»

Vincent annuì nuovamente.

«Ecco, qui non le vedrai mai allontanarsi troppo. Perché sei tu a decidere quando sfiorarle con le mani, e farle scoppiare».

Vincent guardò Nausicaa con un’espressione confusa, ma non aggiunse nulla.

«Vincent» continuò Nausicaa «qui non ci sono illusioni, qui puoi veramente liberarti dalle sovrastrutture della tua epoca, ritrovare il tuo equilibrio, dare un senso al tuo mondo…».

Poi si interruppe, come a voler aspettare una reazione di Vincent, che sembrava non arrivare. Se ne stava lì, fermo a osservare il monitor, con le notizie che passavano in sovraimpressione, mentre i pensieri vagavano, come bolle di sapone, in un vorticare infinito di emozioni che a stento riusciva a trattenere.

«Ti piacciono le poesie?» domandò Nausicaa.

«Molto» rispose Vincent «ma non sono molto bravo a scriverle».

«Nemmeno io» rispose la ragazza «ma ogni tanto provo a dare forma ai miei pensieri con dei versi, ti va di sentirne qualcuno?»

Vincent annuì.

Nausicaa allora si allontanò e tornò dopo qualche secondo con un piccolo quaderno arancione:

«Quando l’amore vi chiama, seguitelo
anche se le sue vie sono faticose e ripide,
e quando le sue ali vi avvolgono, abbandonatevi ad esso.
Quando vi parlerà, credetegli,
perché vera è la voce dell’amore.
Quando vi ferirà, sanguinate con gioia
e nessuna goccia verrà sprecata.
L’amore non dona altro che se stesso,
l’amore non possiede,
perché l’amore basta all’amore.

Non cercate di dirigerne il corso,
perché è l’amore che dirige il vostro.
Non costringete l’amore,
cercatelo, anche se non lo troverete;
perché è l’amore che trova i suoi amanti.
Parlate d’amore, ma non tentate di spiegarlo,
scrivete d’amore, ma non leggetelo.
Piangete per amore,
ma non sentitevi traditi da esso,
perché come vi incorona, così vi crocifiggerà.

Come Sole che accarezza i vostri rami,
l’amore scenderà alle radici per scuoterle.
Vi metterà con le spalle al muro,
ma una volta entrato nelle vostre vite
non vi abbandonerà più.
Non dimenticatelo in un cassetto e vi ricompenserà;
continuate ad amare,
e ogni mattina, con un cuore alato,
ringraziatelo per un altro giorno d’amore».

«È molto profonda» commentò Vincent.

«Non saprei» rispose Nausicaa «ma ti ringrazio».

«Sei mai stata innamorata?» domandò Vincent.

«Sto ancora aspettando»

«Nausicaa» disse ancora Vincent.

«Sì?» rispose la ragazza.

«Quanto dovrò aspettare ancora?» domandò.

«Non molto» rispose Nausicaa «non molto».

Vincent si alzò, ripose la sua tazza nel lavandino e uscì fuori in veranda. Le dune di sabbia avevano ancora cambiato forma, disegnate da un vento particolarmente creativo e inquieto.

Iniziava a sentire la mancanza del Parnaso, dei concerti nella Sala Grande, delle passeggiate nel chiostro, dei pomeriggi passati all’ombra delle querce leggendo i classici, delle lezioni di musica e di tutto quello che l’aveva plasmato fino a quel punto.

Ma più di tutto, sentiva la mancanza di una cosa, di quella forza misteriosa che l’aveva spinto fin là, per aiutare una sconosciuta nella sua ricerca della verità.

«Amor» continuava a pensare. Che fosse quella la risposta di tutto? 

Aveva seguite mille strade, immaginato mille soluzioni diverse da quando si trovava lì, nell’attesa che si riaprisse il varco da cui era venuto.

Perché prima o poi si sarebbe dovuto aprire nuovamente, o almeno così sperava. Anche se nel profondo del suo cuore sapeva di essere nel posto giusto e al momento giusto.

Come aveva detto Nausicaa, lì non c’erano illusioni, poteva vedere nascere ogni cosa e deciderne il momento della fine.

Viaggiare nel tempo era un privilegio immenso per un uomo, ma poteva anche rivelarsi estremamente pericoloso. Una mossa sbagliata, e anche il mondo che conosceva, compresa Violet, poteva scomparire come una bolla di sapone.

Mentre rifletteva sul futuro e sulle conseguenze di ogni sua azione, un fuoristrada rosso apparve all’orizzonte fra le dune, diretto verso la sua direzione.

Nausicaa uscì, facendo ampi segni ai misteriosi visitatori, poi si rivolse a Vincent:

«L’attesa è finita, vai a prepararti».

Vincent capì, e corse in camera ad infilarsi le scarpe.

Dopo qualche secondo uscì nuovamente; i visitatori erano due giovani sulla trentina, un ragazzo e una ragazza, avevano entrambi la stessa maglietta nera, con un logo a Vincent ben noto: “OR”.

Vincent guardò Nausicaa per l’ultima volta e si diresse verso il fuoristrada.

«Piacere, Vincent» disse porgendo la mano prima alla ragazza e poi al ragazzo.

«Mary» disse la ragazza sorridendo «e lui è Paulo, non parla la nostra lingua, ma ci capisce»

Il ragazzo scambiò con Vincent un segno di intesa e si mise al volante.

Era arrivato il momento, tutto era pronto per essere messo in moto. Vincent provò a ricordare le parole di Nausicaa e le istruzioni che gli erano state date nei giorni precedenti; non era semplice ma non si sentiva così determinato da tempo.

Si accomodò sul sedile passeggero del fuoristrada, si mise la cintura e salutò ancora una volta con la mano la sua mentore dai capelli turchesi, mentre la casa era sempre più lontana, fino a perdersi definitivamente fra le dune.

«Ora dipende tutto da me» disse Vincent stringendo il piccolo cubo metallico.

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Andrea Caenazzo