La logica del disordine

CAPITOLO XIV

La casa si presentava come un piccolo cottage di periferia, con i mattoni rossi a vista e un lungo tetto spiovente che quasi toccava il terreno.

Per raggiungerlo avevano dovuto superare il distretto 18, fino ai piedi delle colline che circondavano la città.

Era lì che si potevano vedere delle caratteristiche costruzioni che sembravano appartenere a un’altra epoca.

Così era anche per la piccola abitazione di Kimberly, immersa nel verde, raggiungibile con una stretta stradina polverosa che portava a un cancello bianco con un cartello turchese con scritto: “casa è dove vive il cuore”.

Il giardino circostante era curato ma allegramente disordinato; non c’era spazio per la simmetria e si potevano vedere piante in vaso di ogni tipo, piccoli arbusti, un vecchio dondolo, un gazebo in ferro coperto di edera e un grosso salice vicino all’ingresso, come un austero guardiano a controllare i visitatori.

L’interno della casa era ancora più disordinato del giardino, ma un disordine tutt’altro che stucchevole, quasi logico, sicuramente non convenzionale.

Il tavolo apparecchiato aveva una tovaglia turchese con dei pois arancioni, mentre la cucina lasciava intravedere una pericolante pila di pentole intente a sfidare la legge di gravità.

Il resto del piano terreno comprendeva in ordine: una poltrona bianca con una coperta a quadri rossa, un piccolo mobile con statuette e chincaglierie di viaggio, un proiettore di ologrammi, unico oggetto dell’epoca, e una pila di libri ammucchiati sopra una cassapanca di legno vicino all’entrata.

«Benvenuta a casa, Violet» disse Kimberly appoggiando la sua borsa su una sedia.

Sembrava non curarsi del disordine, anzi, tanto che Violet, nella sua timidezza, si sentì stranamente in un luogo già visto, familiare, come se fosse veramente casa sua.

«È una casa davvero graziosa» disse Violet.

Kimberly non rispose, il fragore di pentole lasciò presupporre a Violet che fosse impegnata a fare ordine in cucina.

«Scusa? Non ho sentito» disse Kimberly.

«Dicevo» disse nuovamente Violet «che hai una casa davvero graziosa».

«Ti ringrazio» rispose Kimberly «è molto piccola, ma ospitale».

Violet si guardò intorno, alle pareti c’erano solo pannelli con diversi pantoni di colore: blu, giallo, rosso, verde, turchese, corallo, cobalto, smeraldo e, ovviamente, arancione.

«Ti posso offrire qualcosa?» domandò Kimberly.

«Dell’acqua frizzante, grazie»

«Ho solo quella da rubinetto, va bene uguale?» 

«Nessun problema» rispose Violet ancora intenta a studiare la logica dell’ordine dei pannelli appesi alle pareti.

Dopo qualche secondo la raggiunse Kimberly, con un bicchiere d’acqua e un vassoio di biscotti.

«Ne vuoi uno? Sono alle noci, li ho fatti ieri» disse porgendo il vassoio a Violet.

«Perché no» rispose la ragazza afferrandone uno.

Sul frigorifero della cucina un piccolo biglietto attirò l’attenzione di Violet, era appeso con una calamita a forma di coccinella e sembrava lì da molto tempo.

“Candida è la neve che scende sulle mie spalle,
leggera la brina che si posa sulle mie ferite,
caldo il sole che scioglie il ghiaccio nelle vene,
al riparo dal cuore, lontano da te.

Sono prigioniera di Marte, voluttuoso e stanco,
da quando incontrò Venere col suo abbraccio caldo,
nelle ombre un vorticare lento mi allontana
verso il calar delle tenebre, fino al domani.

E più mi avvicino più ti sento andar via,
più mi risveglio e più non ti sento,
come un alito di vento, fuggente.

Libera e assorta, cerco l’oriente
mirando a occidente, come un naufrago
fiduciosa attendo e mi perdo, per sempre”.

«È tua?» domandò Violet.

Kimberly fece finta di non sentire la domanda, e si accomodò sulla poltrona.

«Siediti da qualche parte Violet, so che hai molte domande» disse.

Violet, stupita, non se lo fece ripetere due volte, e si sedette su una delle poche sedie in cui non erano appoggiati libri o vestiti.

«Sono molto buoni i tuoi biscotti» disse.

«Grazie» rispose Kimberly.

«In effetti» continuò Violet «ho qualche dubbio che vorrei chiarire, e spero che tu possa mettere ordine alla gran confusione che ho in testa».

«Non te lo posso garantire» rispose Kimberly «ma possiamo provare».

Violet attese qualche secondo, finì il suo bicchiere d’acqua, poi domandò:

«dov’è Vincent?»

«Al sicuro» rispose Kimberly.

«Ma…?» domandò Violet.

«Ma» continuò Kimberly «non si trova né qui, né ora».

L’espressione nel volto di Violet cambiò improvvisamente, non le piacevano gli indovinelli, e tutto quel mistero iniziava a diventare stucchevole.

«Vorrei solo sapere dov’è, sono molto stanca e faccio fatica a stare dietro ai vostri giochetti» rispose con tono seccato.

«Nessun giochetto» disse Kimberly «la mia risposta contiene tutta la verità di cui sono in possesso. Sarò sincera con te, Violet, nemmeno io posso dirti esattamente in che luogo e in che epoca sia finito il tuo amico, ma posso azzardare qualche ipotesi».

«Un secondo» la interruppe Violet «in che epoca? Vorresti dirmi che ha viaggiato nel tempo?»

Kimberly annuì, ma non disse nulla; Violet era sempre più confusa, eppure non doveva stupirsi. In fondo i viaggiatori del tempo erano una realtà consolidata da inizio secolo, anche se si trattava pur sempre di viaggi sperimentali portati avanti dalla Space-net e da poche altre agenzie spaziali autorizzate.

Non era mai capitato un tale privilegio a un civile, e la tecnologia era ancora troppo costosa per essere diffusa su larga scala, quindi si trattava di un’ipotesi non impossibile, ma altamente improbabile.

«Mai sentito parlare di varchi spazio-temporali?» domandò Kimberly.

«No» disse Violet «non nella vita reale almeno».

«Posso assicurarti che non c’è nulla di più pericolosamente reale di un varco spazio-temporale nelle mani sbagliate».

«Illuminami» disse Violet.

«Un varco spazio-temporale è una curvatura dello spazio-tempo. Immagina un foglio di carta piegato; ora immagina che noi ci troviamo in un’estremità di questo foglio».

Violet annuì.

«Benissimo, immagina poi che qualcuno potesse bucare questo foglio piegato, in modo da far passare chi si trova in un’estremità nell’estremità opposta».

«E ciò è possibile?» domandò Violet.

«Assolutamente possibile» rispose Kimberly.

«E chi può fare questi varchi?» domandò nuovamente.

«Nessun uomo» disse Kimberly «si tratta della più grande falla di Psychonet, e l’abbiamo scoperta noi».

«Voi?» disse Violet stupita.

«Noi» rispose Kimberly «nessuno è a conoscenza di questi portali, nemmeno le autorità governative, nemmeno gli sviluppatori di Psychonet. Se ne sono accorti i nostri hacker mentre tentavano di trovare un modo per aggirarne il firewall e modificare la sorgente binaria».

Violet non aggiunse nulla, restava fissa a guardare il muro, con i suoi pannelli colorati.

«E così» disse «lo avete portato voi…via?»

«Sì e no» rispose Kimberly «che lo abbia condotto qualcuno dei nostri è fuori discussione, nessuno è a conoscenza delle coordinate dei varchi oltre a noi e dalla nostra verifica è stato aperto un varco in un distretto aperto recentemente da un nostro membro».

«Ma…?» disse nuovamente Violet.

«Ma» continuò Kimberly «si tratta del codice di un membro non identificato. O meglio, di un membro non della nostra epoca».

Violet non capiva, come poteva essere un membro di un’altra epoca? E che epoca poi?

«Sembra assurdo, ma il nostro network è sviluppato da più di 100 anni» disse Kimberly.

«101 per l’esattezza».

Era Alan, nel frattempo era entrato e aveva appoggiato la sua giacca accanto alla sedia di Violet.

«Buon pomeriggio Violet» disse sorridendo.

«Alan» disse Kimberly con un impercettibile cenno del capo.

«Grosse novità sul tuo amico» disse Alan addentando un biscotto.

«Le stavo giusto spiegando, se mi lasci finire…» disse Kimberly lanciandogli un’occhiataccia.

«Lo so, lo so, ho sentito un po’ la conversazione. Abbiamo scoperto chi ha aperto il varco, un menbro di Orange Romance del 2020».

«2020?» dissero in coro le due ragazze.

«Esattamente. E vi dirò di più, non è la sola, ce ne sono almeno altri due» disse nuovamente Alan.

«Perché non sono stata informata?» disse Kimberly.

«Ordini dall’alto pare» continuò Alan «si parla di una missione segretissima per conto del Parnaso».

Kimberly non aggiunse nulla, poi domandò: «e a chi sarebbe stata affidata la missione?».

«Nausicaa» rispose Alan.

«Nausicaa, ancora lei…» disse a denti stretti Kimberly.

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Andrea Caenazzo