L’albatro

CAPITOLO XV

Vincent non aprì bocca per quasi tutto il tragitto, la radio trasmetteva una stazione radio di musica rock anni ’80. Passavano gruppi come Poison, AC/DC, Journey, Guns N’ Roses e Aerosmith, conosciuti da Vincent durante le noiose lezioni di storia della musica al Parnaso, quando il professor Finn faceva ascoltare la sua preziosa collezione di vinili del Novecento.

Erano dei suoni diversi quelli che si presentavano al raffinato orecchio di Vincent, era molto più nitido il tocco umano, ma le imperfezioni assumevano un’impronta artistica che, ad eccezione di qualche purista, nella sua epoca si era andata a perdere con il pesante intervento della NeuroMusic diffusa da Psychonet.

Solo al Parnaso si cercava di preservare la tradizione, cercando l’innovazione fondendo le conoscenze classiche e il sapere dei grandi del passato, con le tecniche più moderne di produzione musicale.

«Sei mai stato in queste zone?» domandò Mary voltandosi verso Vincent.

«Non penso, dove ci troviamo esattamente?» domandò.

«Giusto, a volte dimentico da dove vieni» rispose la ragazza imbarazzata «sud della Spagna, a pochi chilometri da Tarifa per la precisione».

«Fantastico» rispose Vincent.

Non era mai stato in Europa, ma era quasi sicuro che quella zona della penisola iberica non esistesse più, o almeno, non come la poteva vedere in quel momento.

Lunghe distese di sabbia dorata si estendevano per chilometri, fino a perdersi nell’azzurro mare increspato dal vento proveniente dal Marocco.

Nonostante fosse inverno, il sole di mezzogiorno aveva iniziato a scaldare l’aria e a rendere ancora più luminoso un paesaggio paradisiaco che si andava a perdere davanti lo sguardo assorto di Vincent.

«Dove stiamo andando» domandò distrattamente, mentre cercava di capire la direzione di un kite-surf particolarmente spericolato all’orizzonte.

«Cabo de São Vicente» rispose Mary.

«Mai sentito» disse Vincent «è molto distante?».

Mary si rivolse a Paulo in quello che a Vincent parve uno spagnolo molto stretto.

«Cinque ora, più o meno» disse Mary, traducendo la risposta di Paulo.

«Sembra un bel viaggio» rispose Vincent sistemandosi sul sedile posteriore.

«Lo è, fra poco supereremo il confine con il Portogallo» disse Mary sorridendo «ma ti piacerà, vedrai».

Vincent aveva fra le mani il suo piccolo quaderno, un misto fra un diario di viaggio e un memorandum in cui annotare le sue riflessioni, pensieri sotto forma di poesia.

Sfogliando le pagine del quaderno, si imbatté in una poesia scritta diverso tempo prima, molto prima di quell’assurdo viaggio nel tempo in quelle terre a lui sconosciute.

L’ho incontrata che ancora splendeva
il Sole di un settembre infinito
e il paesaggio rimane sbiadito,
ma ricordo quel fuoco che ardeva.

Dipingo timidi sguardi lontani
ormeggiati a una spiaggia andalusa
l’orizzonte rivela una musa
bella e instabile come i vulcani.

Nonostante quel vento autunnale
e il silenzio che il mare celava
ora scrivo di un mondo orientale.

Lì da Cordoba fino a Occidente,
si estendeva per contrade sperdute,
dove arriva quella stella cadente.

Vincent non aveva viaggiato molto nella sua giovane vita, i suoi migliori anni li aveva trascorsi fra le mura dell’Accademia, su al Parnaso.

Eppure la sua incredibile fantasia l’aveva spinto molto più lontano del suo corpo, al di là dello spazio, e solo in quel momento si accorse che quell’innata immaginazione lo poteva far volare anche al di là del tempo.

Come poteva anche solo immaginare quei luoghi, dal nulla? Spiagge andaluse, venti autunnali, Cordoba…ci era mai stato prima?

Il paradosso temporale diceva di sì, lui ci era stato, ora come allora, ma poteva forse saperlo?

“Viaggiare nel tempo è un affare pericoloso, riservato a pochi” ripeteva spesso Nausicaa.

Quel sonetto, scritto in un pigro pomeriggio estivo all’ombra di uno dei cedri del Parnaso, racchiudeva un mistero che poteva spiegare il senso del suo viaggio, molto di più, il senso della sua intera esistenza.

L’identità di Vincent era sempre stata avvolta da un fitto mistero, fin da quando venne accolto fra le alte mura del Cubo. Nemmeno lui sapeva più distinguere la sua esperienza passata con quella costruita negli anni di studio all’Accademia; della sua famiglia non sapeva più nulla.

La sua famiglia era rappresentata dai suoi compagni di corso, dai suoi professori, dal bibliotecario dell’Accademia, da Violet, a cui si erano aggiunti Nausicaa, Mary e Paulo.

Vincent aveva una grande fiducia nel genere umano, anche se non sempre lo dava a vedere, ma aveva un gran bisogno di sentirsi parte di qualcosa, e Orange Romance era la sua occasione.

«Cosa leggi?» domandò Mary.

«Nulla» rispose «più che altro cerco di fare ordine fra le idee».

«Fa sempre bene fare ordine fra le proprie idee» rispose Mary ridendo «ma attento a non pensare troppo».

«Purtroppo è un mio difetto» disse Vincent sfogliando distrattamente le pagine del suo quadernetto.

«Non chiamarlo difetto, vedilo più come una dote, sei un riflessivo»

«Io preferirei l’azione» rispose Vincent.

«Non ti preoccupare, ci sarà tempo anche per quella» disse Mary voltandosi.

Nausicaa l’aveva istruito su ciò che avrebbe dovuto fare, non c’era margine di errore, e quel piccolissimo cubo metallico, per quanto banale, rappresentava l’unica chiave per poter tornare senza conseguenze al 2121.

«Mary» domandò Vincent sfiorando una spalla alla ragazza «pensi che ce la farò?».

«Penso che tu ce l’abbia già fatta in realtà, solo che non lo puoi ricordare»

Vincent si fermò un attimo a pensare: era tutto così logico eppure difficile da capire per una mente non allenata all’estrema astrazione.

Non era scontato capirlo, ma ormai il gioco era iniziato, ed era diventato un giocatore a tutti gli effetti, consapevole delle regole, dei rischi e della posta in palio.

«Ascoltami bene» disse Mary sottovoce «Nausicaa ti ha spiegato come utilizzare la chiave di volta?».

«Certamente» rispose Vincent.

«Allora sai bene che hai solo un tentativo per riaprire il varco prima che l’energia del cyber-spazio sopra il faro si esaurisca».

«Aspetta, non ho sentito parlare di nessun faro» la interruppe Vincent «Nausicaa mi ha semplicemente detto che per bloccare il primo flusso di crono-energia avrei dovuto sigillare con la chiave di volta l’unico varco presente nel vostro mondo. Solo allora avrei potuto sfruttare la breccia temporale che si sarebbe aperta per qualche secondo prima di implodere in sé stessa».

Mary si voltò verso Vincent, quasi stupita da una risposta tanto puntuale.

«Vedo che le conoscenze tecniche non ti mancano Vincent. Purtroppo a quanto pare Nausicaa ha omesso qualche particolare che rende il tutto un po’ più complicato, ma per questo ci siamo io e Paulo, vero hombre?».

Paulo lanciò un’occhiata perplessa a Mary, probabilmente aveva capito un terzo di ciò che aveva detto, ma continuava a fare buon viso a cattivo gioco sorridendo silenziosamente.

«Insomma» riprese Vincent «quali sarebbero queste complicazioni?».

Mary non diede subito una risposta, ma aprì il suo piccolo zaino bianco cercando alla rinfusa qualcosa alla suo interno, finché non estrasse quella che sembrava una mappa spiegazzata.

«Guarda» disse indicando un punto nella cartina «questo è il faro di Cabo de São Vicente, mentre noi ci accamperemo qui, appena sopra questa scogliera».

«Chiaro» rispose Vincent.

«Ma non è tutto» continuò Mary «il varco si trova all’interno del faro, ed è tenuto sotto stretta sorveglianza».

«Ma io credevo che…»

«Lo so» lo interruppe Mary «non sanno che si tratta di un varco, quello è il nostro piccolo segreto. Ma quello che sorvegliano è qualcosa per loro non meno importante, e il caso vuole che si trovi esattamente nello stesso luogo che noi dobbiamo raggiungere».

«Di cosa si tratta?» domandò Vincent.

«Del primo e unico prototipo di neuro-trasmettitore a distanza».

«Non mi sembra niente di che» rispose Vincent deluso.

«Per te, forse. Ma qui è potenzialmente un’arma senza pari, se finisse nelle mani sbagliate Dio solo sa cosa potrebbero farne».

«Psychonet…» disse in tutta risposta il ragazzo.

«Un suo antenato diciamo» rispose Mary «ma non è questo il punto, dobbiamo eludere la sorveglianza e riuscire ad accedere alla stanza di guardia, dove c’è la lanterna».

Vincent annuì, cercando di rimanere impassibile; Nausicaa aveva volutamente omesso quei particolari rischiosi. Chi c’era a sorvegliare il faro? Era qualcuno di pericoloso? Sarebbero stati armati?

Tutte queste domande che frullavano nella mente di Vincent gli fecero perdere gran parte della dettagliata spiegazione di Mary.

«Tutto chiaro?» domandò la ragazza.

«Scusa, puoi ripetere l’ultima parte?» disse Vincent ripiombando di colpo sulla realtà.

«Dicevo» riprese Mary «che passeremo la notte accampati, facendo turni di guardia per studiare da lontano gli spostamenti dei vigilantes. Li abbiamo monitorati per un bel po’, ma la prudenza non è mai troppa, e l’ultima volta Paulo ha notato un aumento della sicurezza, come se proteggessero qualcos’altro. Probabilmente potremmo trovare qualche sorpresa».

Vincent annuì nuovamente, ma questa volta un brivido gli attraversò la schiena, cercava l’azione e quella era la sua grande occasione, l’unica occasione rimasta per tornare da Violet.

«Domani sarà il tuo turno invece, non sarà facile, ma l’hai già fatto in fondo no?» disse Mary sorridendo.

«Certo» pensò Vincent «l’ho già fatto, solo che non ricordo come».

«Mira!» disse improvvisamente Paulo indicando verso l’alto.

Vincent e Mary alzarono lo sguardo, in cielo volteggiava un maestoso uccello, sembrava un gabbiano ma molto più grande.

La corrente lo portava verso l’alto, in un volo leggero e regale al tempo stesso, mentre le ali quasi oscuravano il Sole.

«Cos’è?» domandò Vincent.

«Impossibile» disse Mary «un albatro».

Vincent non conosceva molto bene la geografia, ma da quel che ricordava quel tipo di volatili si era estinto alle fine del XXII secolo, quando erano scomparsi anche gli ultimi esemplari presenti nelle isole del Pacifico.

Ma non aveva mai sentito della presenza di albatros nel sud dell’Europa, nemmeno in quel secolo.

«Cosa significa?» chiese un Vincent sempre più confuso.

«Che è stato aperto un altro portale» disse Mary con un filo di voce.

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Andrea Caenazzo