Ariston e Cultura: corsa verso la dignità

Sul fatto che il 2021 sia iniziato col piede giusto forse molti di noi avrebbero qualcosa da ridire, ma è ovvio che, in ogni caso, le condizioni dell’anno appena iniziato potranno difficilmente essere peggiori di quelle sperimentate nel corso del 2020. 

Ciò nonostante, è bastato meno di un mese per smentire tutto questo e gettarci nella miseria più assoluta e nell’irresponsabilità totale.

Risale al 25 gennaio infatti la notizia uscita su repubblica.it che riporta quanto segue: “La Rai sta reclutando, con carattere di urgenza, coppie di figuranti conviventi (claqueur) per le cinque serate in diretta dal Teatro Ariston” previste dal 2 al 6 marzo, quasi ad un anno esatto di distanza dal giorno più brutto in cui tutto si è bloccato per un tempo indefinito. Il medesimo articolo precisa poi, riportando le testuali parole della stessa Rai, che “è fondamentale avere il requisito di convivente che permetterà di occupare due poltrone ravvicinate, distanziate dalle altre almeno di un metro. Sarà richiesta un’autodichiarazione di convivenza e inoltre sarà richiesto un tampone (rimborsato da Rai) nei giorni precedenti la prima convocazione”.  Nelle righe successive viene poi spiegato che l’Ariston, in occasione del Festival di Sanremo, viene identificato come studio televisivo, non più come Teatro, ed è per questo che sono state prese simili decisioni.

Mettiamo un attimo in pausa queste affermazioni per metabolizzarle bene e soffermiamoci nel mentre su una notizia diffusa dalla suddetta Rai il giorno successivo, 26 gennaio, tramite il servizio teletext “Televideo” che recita quanto segue: “Covid travolge cultura, nel 2020 -199 mld”. I dati, rilasciati da Ernst&Young, fanno rabbrividire. Si stima infatti che nel 2020 Musica e Spettacolo abbiano perso rispettivamente il 75 e il 90% dei guadagni.

199 miliardi. È una cifra che non si riesce nemmeno a scrivere, come non si riesce a scrivere quella dei compensi ricevuti dai conduttori televisivi.

Ora, mettendo a confronto le due notizie che abbiamo preso in considerazione è chiaro che qualcosa non sta girando per il verso giusto

Facendo finta che si possa comprendere un comportamento del genere, quello che affligge in maniera maggiore, di tutta questa storia allucinante, è il “carattere di urgenza” col quale si cercano i figuranti. Perché a me, onestamente, viene davvero da piangere se penso che ci sono centinaia di Teatri vuoti in Italia (e nel mondo, per giunta) dove l’arte rinasce per davvero ad ogni rappresentazione, ogni recita, ogni concerto, ogni spettacolo…ma non mi viene da piangere se penso che qualche conduttore televisivo per una volta deve rinunciare ai suoi 600 mila euro di cachet. 

Quel carattere di urgenza che fa tanto male, noi lavoratori “dell’Arte” lo stiamo vivendo dal febbraio scorso e ci siamo dati da fare, ci siamo rimboccati le maniche per non abbandonare chi ci segue, abbiamo rispettato le regole (perché si, si può fare) eppure siamo ancora chiusi e, anche se ci fa soffrire tantissimo, continuiamo a suonare, anche senza essere pagati. Quindi non veniteci a dire che il Festival di Sanremo senza pubblico non si può fare, perché state mancando di rispetto a migliaia di lavoratori.

Questo va aldilà dell’indiscussa e decennale tradizione italiana che aleggia intorno al Festival di Sanremo dove senza dubbio nel passato sono state scoperte voci di cantanti che poi hanno donato prestigio al nostro Paese. Va aldilà perché si parla di equità e di rispetto, non di “spettacolo” nel senso più superficiale del termine

Per fortuna, almeno questa volta, ci ha pensato il Ministro Franceschini a salvarci dall’insurrezione generale ribadendo con fermezza che “il Teatro Ariston di Sanremo è un Teatro come tutti gli altri e quindi, come ha chiarito il ministro Roberto Speranza, il pubblico, pagante, gratuito o di figuranti, potrà tornare solo quando le norme lo consentiranno.

Magra consolazione, ma è sempre meglio di niente.

Non mi è mai piaciuta la dicitura “lavoratori dello spettacolo” per definire i musicisti e gli artisti, perché l’Arte non è uno spettacolo. L’Arte, la Musica è spettacolare…ma non è uno spettacolo. La Musica è cultura e rispetto e per questo il popolo degli artisti è un popolo gentile che perdona, accetta, lavora, ricerca e non si da mai per vinto. Non è un popolo che vince se ottiene più voti e non è nemmeno fatto di percentuali di share. 

L’esempio più bello per definirlo è quello del Teatro La Fenice, riemersa ancora una volta da un periodo buio. Al suo interno è stata infatti costruita un’arca con l’intento di traghettare tutti gli spettatori verso un futuro migliore.

Il popolo della Musica è questo: un abbraccio enorme che consola, guida…e di affetto e comprensione ne abbiamo tutti tanto bisogno, ogni giorno.

E voi che impegni avete dal 2 al 6 marzo? 

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Marina Miola
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