Emma e l’altro: tutto l’orange dei migranti

“Io sono l’altro”, come la canzone di Niccolò Fabi. Se volessimo riassumere il racconto che leggeremo nelle prossime righe, potremmo farlo usando questo titolo. La nostra ospite di oggi ha messo lo zaino in spalla e ha fatto un viaggio di scoperta che l’ha portata fino a noi sincera, trasparente e luminosa, come solo chi accoglie altre esistenze può essere. Conosciamola insieme e lasciamoci guidare dall’altra parte del mare.

Ciao Emma, benvenuta nel mondo Orange e grazie davvero per la tua disponibilità…ci mancava un’arpista e futura giurista nella lista degli ospiti delle Orange Talks! 

Per prima cosa, come da tradizione, raccontaci: chi è Emma? 

Ciao a tutti gli amici di Orange, ci tengo a ringraziarvi per questo spazio che mi avete concesso. Cercherò di raccontare un piccolo ma per me significativo tassello del mio vissuto.

Sono una studentessa padovana – anche se conservo gelosamente il fatto di avere origini non certo cittadine ma “campagnole”: ho vissuto per anni in un paesino che conta ben cinquemila anime, un po’ fuori Padova – ma vivo ormai da cinque anni nel ridente Trentino, più precisamente a Trento. Ormai abituata a svegliarmi la mattina e ad ammirare per prima cosa le montagne che mi abbracciano, qui studio giurisprudenza presso l’Università di Trento nonché arpa classica al Conservatorio Bonporti. 

Sostanzialmente non faccio altro che proseguire ciò che già prima facevo (con una punta di persistente masochismo), quando facevo la spola tra il mio liceo (il Tito, per gli amici padovani) e il Conservatorio Pollini di Padova. 

Il mio percorso è ormai in dirittura d’arrivo, sono all’ultimo anno di entrambi i miei percorsi di studi; mentre tiro le fila, penso anche a cosa fare poi. Mi frullano in mente tante idee ma non ho ancora deciso nulla! 

Caspita, complimenti! Chissà che un po’ di spirito Orange ti aiuti nelle scelte future allora!

Come tutti gli ospiti delle Orange Talks, la tua vita non si limita “solo” allo studio o al lavoro.

La tua esperienza di volontariato presso il Campo “Io Ci Sto fra i migranti” ha una storia che dura ormai da diversi anni ed è radicata in maniera significativa nel territorio della provincia di Foggia. Di cosa si tratta? Qual è stato il tuo ruolo all’interno di questa grande macchina del volontariato?

Sono scesa in Puglia nell’estate del 2017 e mi ricorderò per sempre quell’eterno viaggio in treno di 8 ore, da Padova a Foggia, con uno zaino enorme, munita di libri e cuffiette per non annoiarmi a morte. Ho scoperto il campo Io Ci Sto fra i migranti” grazie alla testimonianza di una ragazza che abitava in un paese vicino al mio, Gloria, che fece la stessa esperienza l’anno precedente. Sono rimasta affascinata dal suo racconto, era tanto che cercavo un’esperienza di volontariato ben strutturata e quando ho scoperto il campo non ci ho pensato due volte, mi sono iscritta e sono partita poi a luglio.

Innanzitutto, ci terrei a dare a Cesare quel che è di Cesare, ossia spiegare senza dilungarmi troppo chi organizza il campo. 

ll Campo Io Ci Sto nasce nel 2008 come iniziativa promossa dall’Arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo e dai Missionari Scalabriniani (dall’associazione Via Scalabrini 3 – programma ASCS), ed è un’esperienza di servizio, incontro e condivisione tra volontari, migranti e la comunità locale della provincia di Foggia per abbattere i pregiudizi, contrastare lo sfruttamento e promuovere l’integrazione. L’idea del campo nasce dall’afflusso di migliaia di migranti stagionali agricoli nella provincia di Foggia, che ha indotto la comunità parrocchiali e i missionari scalabriniani a organizzarne l’accoglienza.

Il Campo è insediato nella località di Borgo Mezzanone, un piccolo paesino ad una trentina di km da Foggia. I migranti vivono stipati nella cosiddetta “Pista”, un ex aeroporto militare ormai in disuso: una lingua di cemento lunga più di 1 km nel bel mezzo delle campagne di Foggia, che funge ormai da anni da base per chi si raduna nelle campagne per la stagione di lavoro estivo. 

Ogni anno circa 170 volontari, provenienti dall’Italia e dall’Europa, prendono parte al campo, alternandosi in 5 settimane di servizio estivo. Io personalmente ho prestato servizio la prima settimana di campo, il che implica l’organizzazione e l’avviamento di tutte le attività, per poi passare il testimone ai volontari delle settimane successive. 

I ragazzi che scendono per prestare servizio possono scegliere di impegnarsi nella scuola di italiano o nella ciclofficina. Ogni anno i volontari della ciclofficina mobile, aiutati dai migranti, riescono a riparare circa 1.200 bici, in uno spazio che genera scambio di competenze ed un luogo di interazione dove il migrante, alle volte più esperto di meccanica, aiuta il volontario a riparare bici danneggiate dalle strade in terra battuta piene di buche. Si tratta di un servizio di grandissima importanza, in quanto la bicicletta rappresenta non solo un mezzo di trasporto ma anche di sostentamento per i migranti, utile a raggiungere le campagne in cui sono impegnati a lavorare nella stagione estiva e senza le quali non potrebbero lavorare.

Io mi sentivo decisamente più portata per prestare il mio servizio presso la scuola di italiano: ragazzi e adulti interessati a imparare la lingua venivano divisi in gruppi sulla base delle loro conoscenze pregresse; ricordo ragazzi quasi analfabeti, con difficoltà di scrittura anche nella lingua madre, e altri con una ottima padronanza dell’italiano, solo da affinare. La scuola, oltre a fornire alla fine delle cinque settimane ai ragazzi più assiduamente partecipi un certificato che attesta il desiderio di integrazione sul territorio -utilissimo in sede di richiesta di rinnovo del permesso o di rilascio di documenti per la permanenza- diventa inevitabilmente luogo di scambio e di incontro. Mentre noi cerchiamo di trasmettere, nel modo migliore possibile e con grande impegno, qualche rudimento di italiano (quasi nessuno di noi aveva competenze educative alle spalle, abbiamo fatto del nostro meglio!), i migranti che abbiamo incontrato ci hanno dato, tutti indistintamente e a modo loro, anche solo con uno sguardo, un assaggio del loro mondo. Un mondo di eterna ed indicibile sofferenza, di condizioni di vita precarie, di instabilità economica, affettiva e sanitaria, di precarietà, con una parola. Mancanza di famiglia, di sicurezza. Tanto duro lavoro, tanto sfruttamento. Non potrò mai dimenticare la Pista, le baracche di lamiere, i materassi per strada, i rifiuti ovunque e i cani randagi che scorrazzavano nella speranza di trovare qualche resto di cibo. E gli odori, il sole forte che picchiava, gli sguardi stanchi e anche un po’ ostili nei nostri confronti, per lo meno all’inizio. Non sono, queste, immagini che si possono né si devono dimenticare. 

Dev’essere stata un’esperienza molto profonda, possiamo solo immaginare cosa tu abbia provato in quella settimana estiva.

Prendendo spunto da quello che ci hai spiegato, è chiaro che l’intento del progetto del quale stiamo parlando oggi non è solo quello di favorire l’integrazione e abbattere i pregiudizi che sempre più si fanno largo nel modo di pensare comune; si parla anche di lanciare un messaggio che riguarda le condizioni indicibili alle quali devono sottostare moltissime persone pur di guadagnare pochi euro per “vivere”. Il caporalato è un problema che spesso si sottovaluta e che in realtà tocca anche noi indirettamente quando semplicemente andiamo in un supermercato per fare la spesa…

Il caporalato, per fare chiarezza, indica lo sfruttamento dei lavoratori, spesso migranti di origine straniera, esercitato dai cosiddetti “caporali”, intermediari che reclutano e organizzano la mano d’opera per conto di imprenditori. Caporalato significa anche paghe al di sotto delle tariffe stabilite dai contratti collettivi, orari di lavoro dilatati, riposi ridotti al minimo e nessuna misura di sicurezza. Possiamo senza esitazione considerarlo fenomeno inerente all’economia mafiosa e, in particolare, della cosiddetta agromafia.

Il fenomeno è diffuso in tutta Italia, dal Nord al Sud, e riguarda soprattutto settori come l’agricoltura, ad esempio la raccolta della frutta, l’allevamento, il facchinaggio e l’edilizia. Per cercare di contrastare il fenomeno dilagante, nel 2016 è stato introdotto il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro per punire con la reclusione fino a sei anni chi attua questa pratica. Ma ciò non basta: i migranti continuano a essere sfruttati nelle campagne come manodopera a costo quasi 0, quando non pagati addirittura a cottimo – il che significa che il datore di lavoro paga non un tot forfettario giornaliero o mensile, bensì sulla base della quantità di lavoro svolta nell’arco di una giornata: 3€ a cassetta di arance raccolta, per esempio – sistema che il nostro ordinamento logicamente vieta. 

Il caporalato, lo sfruttamento dei migranti, le agromafie non si limitano alla raccolta del cibo che finisce poi sulle nostre tavole. È solo il primo anello di una “filiera agroalimentare” interamente sporca. Come ci raccontava Concetta Notarangelo, operatrice della Caritas di Foggia, che ho avuto il piacere di ascoltare nel corso della settimana di campo: “Il problema comincia dalla grande distribuzione, per coinvolgere tutta la filiera agroalimentare. Nel sistema finisce che il pesce grande mangia sempre il pesce piccolo. I prodotti della terra sono pagati una miseria sul mercato, le aziende locali distribuiscono retribuzioni insufficienti, i caporali sfruttano i lavoratori: è un circuito al ribasso”. Una sorta di circolo vizioso, insomma. Mi è rimasta particolarmente impressa questa frase, della testimonianza di Concetta: “se andate al supermercato e trovate 1kg di pelati per 50 centesimi, non ci può essere nulla di buono dietro a quei pomodori. Se il prodotto rivenduto nella grande distribuzione arriva a costare così poco, significa che il lavoratore delle campagne è stato pagato una miseria, per raccoglierlo. Se il costo di ogni anello della catena alimentare viene abbattuto, proporzionalmente si assottiglieranno anche le condizioni di vita delle persone che lavorano al suo interno”. 

E’ veramente incredibile…per la maggior parte di noi è impossibile anche solo accettare di pagare qualche centesimo in più un prodotto, figuriamoci accettare quello che ci hai appena spiegato…

Passando all’aspetto più “relazionale” della tua esperienza, l’integrazione tra voi soggetti esterni e i migranti presenti nel Campo è stata difficile o dopo i primi momenti siete riusciti ad instaurare un legame?

Come dicevo prima, appena arrivati in Pista, soprattutto i primi giorni, noi volontari ci sentivamo molti occhi puntati addosso. Immaginate una ex Pista di atterraggio, lunghissima, loro ai lati e noi “sfilando” al centro, mentre portavamo sedie, banchi e tutto ciò che poteva servire sia per le lezioni di italiano che per la ciclofficina. Secondo me il rischio di queste esperienze di volontariato è un po’ quello che i volontari passino per i “salvatori” di turno e che questa immagine distorta finisca per fare lievitare a dismisura il peso dell’attività di volontariato svolta e svilire i migranti a semplice “gente da salvare”. A mio parere, questa è una stortura che va sradicata. E’ importante che anche ai migranti stessi non venga fatto pesare in alcun modo il fatto che noi siamo lì per aiutare e prestare un servizio nei loro confronti: si tratta di una nostra scelta, non siamo stati chiamati o supplicati. Credo che sia inoltre fondamentale creare un contatto immediato e far capire che noi siamo sul loro stesso livello, niente di più o di meno. Ricordo benissimo il primo giorno: dopo i primi sguardi guardinghi, qualche occhiata ostile (stavamo pur sempre entrando “a casa loro”), è bastato qualche calcio ad una palla e un gioco condiviso per unire tutti. Dapprima alcuni ragazzi si sono uniti a noi, i più coraggiosi, e poi, incitati anche dai compagni e da noi volontari, tanti altri ci hanno raggiunti, fino a formare un enorme cerchio. Un grande cerchio di ragazzi neri e bianchi, tutti sorridenti sotto il sole cocente delle campagne del foggiano. Un’altra immagine indimenticabile. 

Che immagine meravigliosa…hai proprio ragione.

Sicuramente l’impronta religiosa ma al tempo stesso laica degli organizzatori non vi ha influenzati nello svolgimento del vostro “lavoro” di volontari. A tuo parere quanto è stato determinante questo atteggiamento per la realizzazione positiva del progetto? 

Il Campo, come già prima dicevo, è per la maggiore organizzato dai missionari scalabriniani, una congregazione religiosa, la cui “missione”, per l’appunto, è proprio quella di assistere i migranti e i rifugiati di tutto il mondo. Chi, dunque, meglio di loro (che lo fanno per mestiere) poteva organizzare un’esperienza di volontariato ben strutturata? Proprio questo aspetto, mi sento di dire, è il punto di forza del campo: si tratta di una settimana organizzata nei minimi dettagli, nulla è lasciato al caso. Sono previsti vari momenti di formazione dei volontari, per avvicinare chi arriva da fuori alla realtà migratoria locale, specialmente nel corso delle varie mattinate. Il pomeriggio è in genere dedicato al servizio al campo, mentre la sera ci riunivamo tutti a terra in cerchio per condividere riflessioni, emozioni o anche semplici avvenimenti della giornata. 

Devo ammettere che il fatto che il campo fosse organizzato da una comunità religiosa mi aveva in un primo momento destato qualche sospetto: nutrivo il timore che tale aspetto si sarebbe inevitabilmente riversato nella programmazione delle giornate, con momenti di preghiera o di riflessione religiosa “imposta”, come a volte capita. 

La realtà dei fatti, completamente diversa da come me la aspettavo, mi ha piacevolmente stupito. La mattina, per chi voleva, era possibile partecipare alla messa, ma per il resto eravamo completamente liberi di esprimerci; siamo stati in compagnia di sacerdoti per tutta la durata del campo, senza mai avvertire alcuna distanza o giudizio. Questo è stato forse uno degli aspetti che più ho apprezzato: nessuno doveva sentirsi in imbarazzo o escluso da momenti a cui non riteneva di voler partecipare. Questa impostazione, che mi sento di definire “laica”, del campo, permette, in questo modo, di accogliere chiunque e di far sì che ognuno si senta davvero il benvenuto in una comunità inclusiva, aperta, disponibile e accogliente. 

Una comunità Orange, in poche parole!!!

Per quella che è stata la tua esperienza di volontaria, cosa pensi di aver lasciato alle persone che hai incontrato nel campo e cosa pensi di aver ricevuto da loro? C’è qualcosa che ti ha cambiata influenzando magari alcuni tuoi comportamenti negli anni successivi?

Rispondere a questa domanda non è facile, per più motivi. Innanzitutto, spero sinceramente di aver lasciato ai ragazzi che ho incontrato anche solo, banalmente, una regola di italiano ripetuta fino a sgolarmi per fare in modo che la ricordassero. Non voglio avere la presunzione di pensare di aver lasciato molto di più: un grande insegnamento che mi sono portata a casa da questa esperienza è  che nelle vite di questi ragazzi, noi volontari siamo solo persone di passaggio. Siamo le ennesime figure che compaiono nelle loro vite per una settimana, per poi scomparire e lasciare spazio ad altri, e poi ad altri ancora. E’ bene ricordarci e comprendere a fondo  il nostro ruolo nei loro confronti, per non indurre false speranze o illuderli di poter fare di più di quanto non sia a noi stessi possibile fare. Avere la possibilità di entrare in contatto con persone che migrano, che si trovano ad avere alle spalle un percorso di vita talmente tortuoso e devastante, è sicuramente un’occasione preziosa per noi volontari, ed è comprensibile, anche a me è capitato, che sorga il desiderio di potere e volere fare di più della semplice lezione di italiano, che nasca la volontà di rimanere in contatto con chi si è incontrato per poter aiutare anche in futuro, non solo nel corso di quella settimana. Ma è un desiderio al tempo stesso egoista e, per loro, pericoloso. Una volta che noi ritorniamo alle nostre solite vite, che la quotidianità si impossessa nuovamente delle nostre giornate, non è sempre facile tenere fede a questi propositi. A noi non cambia nulla, ma per questi ragazzi, già provati da un’esistenza ingiusta, diventiamo un’altra speranza infranta, un’altra opportunità non concretizzata. 

I ragazzi che ho incontrato, sia i miei compagni di viaggio, gli altri volontari, che i migranti, mi hanno lasciato tanto. Il bello di entrare a contatto con le persone, secondo me, è il fatto di potersi calare nella prospettiva altrui, di guardare il mondo con gli occhi di qualcun altro, vedere cose che con i propri occhi non si sarebbero altrimenti viste. 

I migranti mi hanno fatto entrare nelle loro vite. Non mi sono mai addentrata in domande troppo personali, non mi sentivo abbastanza in confidenza e temevo di far riemergere alla loro mente ricordi tremendi. Solo il contatto con la realtà della Pista, con la loro Umiltà ed enorme Dignità, hanno parlato più di mille chiacchiere. Sono molto grata per il solo fatto di essere entrata in contatto con questa realtà. 

Vedendo persone vivere in condizioni nelle quali si potrebbe solo sopravvivere, ho imparato il vero significato della parola resilienza, tanto abusata di questi tempi. 

Prima di scendere non conoscevo nessuno degli altri volontari, non sapevo con chi sarei partita. Sono tornata a casa, dopo una settimana, con molti Amici in più. Parlo di Amici, e non credo sia un azzardo, nonostante fossero passati solo 7 giorni, perché la profondità dei momenti che abbiamo condiviso assieme non si può trovare nella quotidianità della vita di tutti i giorni. Condividere impressioni, emozioni e riflessioni, momenti di grande commozione e sconforto, ma anche di enorme gioia, ci hanno inevitabilmente legati. 

Nella vita di tutti i giorni è difficile, poi, tenere fede a tutti i buoni propositi che mentalmente ci si fa nel corso di quella settimana. Quello che ho provato a fare io è testimoniare la mia esperienza di Campo, la Meraviglia di quella settimana, affinché il ricordo non si sbiadisca per me, e si trasmetta a qualcun altro. Ho anche convinto qualcuno dei miei amici a scendere, le estati successive. 

E poi provo a comportarmi con la stessa empatia e comprensione di quei sette giorni foggiani anche nel resto del tempo: trovando cinque minuti per ascoltare una persona in difficoltà che ha bisogno di aiuto (ho iniziato a prestare servizio presso un’associazione che si occupa di assistenza legale a persone senza fissa dimora), cercando di avere sempre una parola gentile. Nulla di trascendentale o rivoluzioni nella mia vita, insomma.  Solo cerco di tenere vivo il ricordo di quelle giornate bellissime ed infinite, e di conseguenza comportarmi con quella perenne emozione dentro. 

Diventare parte di un’esperienza come quella che hai vissuto tu è di certo un arricchimento interiore non indifferente, come anche tu ci hai appena detto, ed immagino che tu abbia avuto modo di conoscere, seppur non in modo approfondito, la vita di alcune delle persone che seguivano le tue lezioni di italiano. C’è qualcosa che ti ha colpito, una storia che ricordi con più tenerezza o tristezza?

Adam ha poco più di trent’anni, viene dal Senegal. È arrivato a Matera e ha iniziato a fare il panettiere. Gli chiedo se gli piace e mi risponde: “Avoja!”. Quando ha perso il lavoro è venuto in Puglia, a raccogliere i pomodori per qualche euro l’ora. Se la cava con l’italiano, non so se gli piaccia tanto studiare ma ci mette un tale impegno a capire quello che gli spiego, che mi riempie il cuore di gioia. Nonostante tutto, non ha perso il sorriso.
Mustafa, somalo, 43 anni. Era arbitro di basket in Somalia, quando è arrivato in Italia ha fatto corsi di formazione per qualunque attività; imbianchino, muratore, saldatore, tutto. S’è reinventato in mille modi e non molla di fronte alle porte sbattute in faccia. È il più bravo della classe, inizia sempre gli esercizi prima degli altri e lo rimprovero per questo, vorrei che aspettasse tutti, ma tanto fa sempre di testa sua. Nonostante tutto, non ha perso il sorriso.
Mutar, dal Gambia, è un ragazzo taciturno. Col cappello di lana in piena estate, si siede in un angolo e non chiacchiera con gli altri. Non è mai andato a scuola, ma conosce le regole meglio di me. Fa fatica a parlare, però; si vergogna degli errori che potrebbe fare. Mi spiace essere andata via troppo presto, non ho potuto aiutarlo a tirar fuori a parole tutto quello che gli frulla per la testa. Nonostante tutto, non ha perso il sorriso.

E’ chiaro che il desiderio di imparare non è scontato e, come hai detto tu stessa, è ammirevole vedere in persone disperate tutta questa forza di volontà in grado di far pensare che la vita non è finita nonostante si viva sotto una lamiera con tantissime altre persone, in condizioni indicibili. Cosa pensi della sempre più diffusa “intolleranza” dei ragazzini italiani (o comunque Occidentali) nei confronti della scuola e dell’interesse per lo studio?

La voglia di imparare di questi ragazzi e non solo, anche di tanti adulti, non la dimenticherò mai ed è forse il ricordo più bello che porto a casa dal campo. Persone appena tornate dai campi, da ore di fatica sotto un sole che abbrustolisce la pelle e stanca braccia e mente, che, nonostante ciò, erano impazienti di cominciare le lezioni e che al termine della giornata chiedevano con tale spontaneità: “ma come, già finito per oggi?”. Una voglia di imparare, di appendere fino all’ultima regola, fino all’ultimo articolo determinativo, congiuntivo… che da tempo non vedo tra di noi, già abituati ad una vita comoda e per certi versi scontata. La consapevolezza di questi ragazzi, che sanno che quel certificato che attesta il loro impegno e sforzo è importante per la loro permanenza in Italia, e che, nonostante vivano in baracche di legno e lamiere, non perdono la voglia di provare a cambiare le sorti della loro vita è un enorme insegnamento. L’insegnamento che si trasforma, per me, nel non dare tutto per scontato, a dare importanza anche alle piccole cose, che per me sono quasi dovute, ma di fatto sono un privilegio a cui non tutti hanno la fortuna di poter accedere. 

Non voglio esprimermi con le parole di un’adulta che ha perso il contatto con la giovinezza, ho solo 23 anni. Ma quello che vedo attorno a me ultimamente è un abbruttimento generale, una giovane generazione di ragazzini senza molti interessi al di fuori del mondo virtuale, Instagram, Tiktok e altri social. Non credo che la colpa sia loro: viviamo in un mondo stanco, dominato dall’ossessione del successo, dell’apparire… e questo è ciò che i più giovani captano per prima cosa dagli adulti stessi, magari dai genitori in primis, e mettono in pratica, senza troppo chiedersi se sia giusto o sbagliato. Se mi capita di parlare con cugini più piccoli o comunque ragazzi in età scolare, ciò che percepisco è spesso noia o intolleranza per la scuola. Senza aggiungere quanto possa essere difficile sopportare, in questo periodo, lezioni online per un ragazzo che sta crescendo, per cui il rapporto e lo scambio con l’altro è un fondamentale stimolo di crescita. Ma ancora, non li voglio additare come una generazione di fannulloni, perché sarebbe riduttivo e semplicistico, nonché probabilmente scorretto in molti casi particolari. Credo, forse, che questa – innegabile – situazione dovrebbe fungere da spunto di riflessione per i più grandi, indurci a chiedere il perché un’intera generazione di ragazzini annoiati preferisca passare il tempo a scrollare la bacheca di Instagram zeppa di immagini distanti dalla realtà e dalla bellezza delle cose vere, anziché leggere un libro o socializzare in maniera più sana. E se i ragazzi di oggi sono gli adulti di domani, forse è il caso di trovare un dialogo e un punto di incontro, anziché scagliarsi indistintamente, come spesso i più grandi tendono a fare, contro la non meglio definita categoria dei “giovani”.

Speriamo veramente che molti comincino a pensarla come te, sarebbe già un grande passo avanti…

Grazie Emma per averci raccontato la tua esperienza e per averci parlato di una realtà italiana che non tutti conoscono ma sulla quale ciascuno di noi, dopo aver letto le tue parole, dovrebbe perlomeno fare qualche riflessione. 

Ci salutiamo con la nostra consueta domanda, augurandoti un grande in bocca al lupo per il tuo percorso di studi e per la tua vita: perché ti senti un po’ Orange anche tu?

Che c’è di più Orange di fare un’esperienza di condivisione totale, in cui ci si mette in gioco totalmente, per davvero, a nudo di fronte a sconosciuti? Durante il campo non ho fatto che confrontarmi con altre persone: dai sacerdoti, agli operatori, gli altri volontari (ragazzi come me), i migranti. Mi sono calata in una dimensione altra, sconosciuta, in una parola: diversa. Sono stata spaventata, felice, stanchissima, triste, orgogliosa. Portandomi a casa una valigia di vestiti sporchi, ma anche un tesoro di conoscenze e di insegnamenti di vita. Non posso che raccomandare questa esperienza (sul sito di Iocisto.org trovate eventualmente tutte le informazioni utili, e non esitate a contattarmi personalmente, se interessati!): secondo me se ne esce sempre se stessi, ma un po’ migliori…un po’ più Orange! 

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Marina Miola
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