Perfetta imperfezione

Una perfetta imperfezione

“Non sono perfetto”, quante volte ce lo siamo ripetuti di fronte a qualche fallimento personale, o davanti ai nostri cari quando i nostri limiti venivano a galla, mostrando impietosamente la nostra natura umana.

“Non sono perfetto”, detto quasi con vergogna, come se la perfezione fosse qualcosa di questo mondo e noi ne fossimo colpevolmente esclusi.

Il tema dell’imperfezione è stato affrontato più volte nella letteratura, come a giustificare un neo dell’umanità da rendere accettabile ai più.

L’anfora imperfetta

Una delle metafore più note è quella dell’anfora imperfetta, del salesiano Bruno Ferrero.

Ecco un estratto:

Ogni giorno, un contadino portava l’acqua dalla sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell’asino che gli trotterellava accanto.

Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio perdeva acqua. L’altra nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne neppure una goccia.

L’anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l’anfora nuova non perdeva occasione per far notare la sua perfezione: “Non perdo neanche una stilla d’acqua, io!”.

Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone: “Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite”.

Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all’anfora screpolata e disse: “Guarda il bordo della strada”. “È Bellissimo, pieno di fiori”.

“Solo grazie a te”, disse il padrone. “Sei tu che ogni giorno annaffi il bordo della strada. Io ho comprato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e senza volerlo, tu li innaffi ogni giorno”.

(Dal libro “La vita è tutto quello che abbiamo” di Bruno Ferrero) 

Al di là del taglio moralistico a stampo evangelico, è interessante notare come, anche in questo esempio, l’imperfezione abbia la necessità di essere giustificata con voli pindarici letterari, metafore, similitudini e, per riagganciarci ai tempi moderni, un pomposo storytelling.

La storia e la letteratura sono piene di esempi come questo: l’uomo anela alla perfezione, ma ha la profonda necessità di giustificare la sua imperfezione. Perché?

Il “Miracle Mile”

La risposta sta nella consapevolezza dell’uomo che, alcuni limiti, possono essere superati: da quelli geografici (scoperta delle Americhe e atterraggio sulla Luna), a quelli tecnologici (il telegrafo e internet ad esempio).

Quando si parla di superamento dei propri limiti, non posso fare a meno di pensare alla metafora sportiva, spesso abusata ma quasi mai apprezzata fino in fondo da chi lo sport non l’ha vissuto come parte integrante della propria vita.

Negli anni ‘50, nell’atletica leggera, non era ritenuto umanamente possibile correre un miglio (1.609, 34 metri) sotto i 4 minuti: era un muro che resisteva da 20 anni.

Il 6 maggio del 1954, quando il britannico Roger Gilbert Bannister tagliò il traguardo del miglio all’Iffley Road Track, il cronometro segnava 3’59’’4: il muro dei 4’ era stato frantumato. 

Questo avvenimento è noto come “Miracle Mile”, proprio perché all’epoca il limite umano del miglio era stato fissato a 4’.

Da allora quel record sarebbe stato destinato a essere battuto più volte; prima dall’australiano John Landy, solo un mese dopo, poi da Sebastian Coe nel’79 e Steve Cram nell’85, fino ad arrivare al record attuale di Hicham El Guerrouj, che al Golden Gala di Roma del ’99 tagliò il traguardo in 3’34”13.

Un freno al progresso

L’uomo ha bisogno di essere consapevole che i propri limiti possono essere abbattuti, per questo si fa un gran parlare delle grandi imprese che hanno fatto la storia: è questa, e sempre sarà, la vera spinta dell’umanità verso il progresso.

Il vero problema sta nella lettura dei fallimenti: la continua e ossessiva ricerca dell’eccellenza, alla lunga, porta all’alienazione dalla realtà, una realtà in cui siamo estremamente fragili e con dei limiti che ci appartengono, ci caratterizzano e ci rendono unici.

La voglia di migliorarsi e di migliorare il mondo non può prescindere dalla consapevolezza che, se non ce la faremo, è perché siamo umani e l’imperfezione fa parte di noi, non va giustificata.

Essere imperfetti non è un freno al progresso, il vero freno è la ricerca ossessiva della perfezione, l’attenzione maniacale al dettaglio, quando ci perdiamo la complessità del panorama in cui ci stiamo muovendo.

Viviamo nell’era del tutto e subito, della gratificazione istantanea, pensiamo che ogni risultato che ci prefissiamo sia dovuto, senza considerare la variabile dell’incertezza e, appunto, dell’imperfezione e della fallibilità umana.

Pensiamo che un algoritmo ben impostato possa far schizzare alle stelle il nostro business, che un’app d’incontri ci faccia conoscere subito l’anima gemella e che un corso online ci cambi la vita in poche ore.

Come l’anfora nuova e perfetta, ci sforziamo al massimo per arrivare al traguardo senza mai sbagliare, dimenticandoci della strada che stiamo percorrendo.

La nascita del Post-it, un fallimento rivalutato

Rivalutare i propri fallimenti può aprire porte inaspettate, un esempio è la nascita del Post-it.

Il Post-it fa parte di quel folto gruppo d’invenzioni nate per caso o da errori: la colla del Post-it, infatti, fu scoperta in seguito a una serie di esperimenti falliti per produrre l’adesivo più potente al mondo. L’uso che ne facciamo oggi è noto a tutti.

È un esempio carico di significati, una storia di resilienza che spesso viene portata alla ribalta quando si vuole mettere in evidenza che il successo è solo la punta dell’iceberg.

Ciò che, tuttavia, non si considera abbastanza, è il fatto che ognuno di noi potrebbe raccontare una storia simile, ma troppo spesso ci fermiamo a un passo dal traguardo per aderire agli nuovi standard imposti dalla società, ricercando la perfezione in altri modi.

Un adesivo imperfetto era, paradossalmente, perfetto per un determinato uso, ciò che mancava era lo standard di riferimento: il problema è che nessuno ancora lo conosceva.

Mantenere una visione d’insieme ci fa rivalutare i nostri limiti, stigmatizzare l’imperfezione, al contrario, ci fa affogare nei dettagli, perdendo di vista il percorso.

Un percorso complesso

Viviamo in un’epoca piena di opportunità, quello in cui ci stiamo concentrando senza successo potrebbe non essere il nostro scopo, mentre proprio i nostri limiti possono portarci a conoscere nuovi sentieri alternativi da percorrere.

Non credo molto a chi parla di perfezione, perfezionismo e attenzione al dettaglio, perché ritengo questo modo di ragionare lontano dalla vera natura umana. Imperfezione vuol dire empatia, significa avvicinarci al mondo e ai suoi abitanti, sentirsi parte della natura e condividerne la caducità.

La stessa arte deve essere imperfetta, perché deve comunicare a un essere incompleto, con dei limiti e deve soprattutto emozionare.

Ci emozioniamo quando vengono toccate le corde più sensibili della nostra anima, quelle più vicine alla nostra natura umana: come l’amore, la paura, il desiderio…

Condividiamo con piacere i nostri successi, mentre degli insuccessi ne parliamo solo con le persone a noi più vicine, proprio perché si tratta di scoprire la nostra vera natura, quasi un mettersi a nudo spogliandosi delle sovrastrutture imposte dalla società contemporanea.

Si parla sempre dei vincitori, di quelli che hanno battuto record e scritto la storia, quasi mai si parla di chi, invece, si è fermato lì, a un passo dal traguardo.

Chi è arrivato a un centesimo dalla medaglia, chi è scivolato sui blocchi di partenza, chi ha scritto pagine e pagine di un libro che nessuno ha mai letto, chi canta ogni sera in un locale di periferia mezzo vuoto, chi ha lanciato una start up fallita dopo poco, chi ogni giorno si alza e prova a cambiare il mondo…e tutti gli altri. È a loro che dobbiamo guardare per crescere e accettare le nostre imperfezioni, a tutti coloro che, nonostante i fallimenti, continuano a testa alta.

Perché, prima o poi, potrebbero farcela anche loro, e in caso contrario, avranno comunque fatto nascere dei bellissimi fiori lungo la strada.

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Andrea Caenazzo
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