Argine al tramonto

Il campo che non c’è

In mezzo al verde ci sono nato, nel polmone della Terra, l’Amazzonia. Lì dove gli ultimi insediamenti umani si perdono in una natura incontaminata che ancora incute un certo timore, evocando al tempo stesso un silenzioso rispetto.
In mezzo al verde sono cresciuto, quasi per caso, quando sono arrivato qui in Italia ancora in fasce e, un po’ di tempo dopo, mentre muovevo i primi passi nell’erba, fra i bianchi petali delle margherite e il lussureggiante giallo del tarassaco.

Era il campo di via decorati, a Padova, bastava aprire quel cancello un po’ arrugginito appena fuori casa, forzare un po’ col peso della gamba e il gioco era fatto: si apriva un mondo nuovo, il mondo perfetto per ogni bambino.

Non mancava proprio nulla: c’erano verdi alberi su cui potersi arrampicare, fra una partita di nascondino e una guerra fra indiani e cow-boy; metri e metri di morbida erba che, per magia, si trasformava in uno stadio di Serie A, fra tifosi in festa e telecronisti concitati; e ancora, un fitto boschetto incantato, potevi chiamarlo Foresta di Nottingham se volevi, mentre tu eri un moderno Robin Hood.


La fantasia di un bambino che metteva piede per la prima volta in quel campo, poteva non avere più limiti. Gli unici limiti erano quelli prestabiliti dai burocrati del Comune, ma di quelli poco importava ai vari Peter Pan, Robin Hood, Toro Seduto e Tex Willer, che scorrazzavano indisturbati in quella verde prateria.

“Il campo” veniva chiamato, sì perché chiamarlo giardino era riduttivo, come potevi infatti pretendere che un semplice giardino avesse tutti quegli spazi, nascondesse tutte quelle storie e custodisse tutti quei segreti?

“Mamma vado in campo” erano le parole di un bambino che, autunno o primavera, se non pioveva sapeva di non aver bisogno dei videogiochi per divertirsi, perché lì c’era tutto.

E quando il tempo non era clemente? Nessun problema, si progettavano i giochi per quando sarebbe tornato il sole. Perché, ancora una volta, non c’erano limiti alla fantasia di un bambino, soprattutto se un po’ di fango avrebbe reso ancora più interessante una delle battaglie fra indiani e cow-boy più combattute di sempre.

Le sere estive, poi, diventavano magiche. Dopo cena non c’era niente di più bello che tornare nel campo, proprio dove qualche ora prima avevi abbandonato i tuoi preziosi giochi dopo mille corse e mille risate. Questa volta, però, la veste era differente, quella dell’esploratore, quando allontanandosi dal chiarore delle case, spuntavano i lumini di decine di piccole lucciole che brillavano nell’oscurità, fra i canneti del fosso e i fili d’erba seccati dal sole.

Se qualcuno mi chiede, ancora oggi, cosa significa per me “estate”, non posso fare a meno di ricordare quella magia.

Nel frattempo le stagioni passavano, gli alberi diventavano sempre più numerosi e sempre più verdi. Anche io crescevo, ma dalla mia camera da letto non potevo fare a meno di notare quel micro-mondo che per me, per lunghi anni, significava veramente “Il mondo”.

Non c’erano più cowboy che cavalcavano su verdi praterie, non c’erano più Robin Hood e Little John che scappavano dallo sceriffo di Nottingham, non c’era nemmeno più il piccolo esploratore.

Ma era rimasto tutto il resto.

La magia di quel luogo, in tanti anni, è rimasta sempre immutata.

Perché non servivano gli eroi, le fate o gli stregoni; a renderlo magico erano state le esperienze vissute da decine di bambini che hanno visto per la prima volta i loro sogni tramutarsi in realtà.

Tutte le corse, le grida spensierate, le cadute, le risate, le fughe e le speranze riposte in quel luogo. Tutto questo lo ha reso il simbolo della mia infanzia e, come me, di tanti bambini e bambine che per un giorno solo o per diversi anni, hanno creduto che bastasse un rettangolo d’erba per dimenticare ogni problema.

Il campo è, o forse, era un’istituzione per tutti gli abitanti del quartiere che lo osservavano dall’esterno, un po’ sognando di immergersi nel suo verde per tornare bambini, un po’ guardando con orgoglio uno degli ultimi barlumi di verde in una città sempre più grigia.

Nessuno ha mai dato troppo peso alla proprietà del campo, perché quel campo era di tutti e di nessuno. Era di tutti coloro che avevano a cuore la sua natura rigogliosa, di tutti coloro che timidamente si affacciavano ad ammirare i suoi colori, di tutti coloro che si perdevano all’ombra di uno dei suoi alberi o di chi ascoltava nei suoi silenzi i dolci suoni di un’infanzia ormai passata.

Così, c’era chi tagliava l’erba, chi sistemava le siepi, chi piantava nuovi arbusti per arricchire una natura già generosa.

Ci si prendeva cura del campo come un figlio si prende cura del suo vecchio padre, con tenerezza e infinita riconoscenza, senza pretendere nulla in cambio, perché era giusto così, semplicemente.

Anche i suoi abitanti lo rispettavano, dalle lepri ai passeri, non c’era animale o essere umano che non provasse un senso di profonda gratitudine nei confronti di una natura che si ostinava a regalare la sua magia, nonostante incombesse la presenza di un’urbanizzazione sempre più insensata.

Ma è bastato un cavillo burocratico, un colpo di scena deciso a tavolino da chi, quella magia, proprio non l’aveva conosciuta, per rovinare un quadro che per anni le stagioni avevano dipinto come il più estroso dei pittori.

Una ruspa, questa volta non giocattolo, il sordo rumore delle motoseghe e una colata di cemento: questo è bastato per cancellare un sogno condiviso da intere generazioni.

“Il campo che non c’è”, sembra il nome di una favola per bambini, ma è solo l’ennesimo film visto e rivisto, che ha come protagonisti l’avidità umana e l’ignavia di qualche burocrate.

Eppure il campo è sempre lì, con le sue storie indelebili nella memoria di ognuno, con i suoi ricordi e i suoi insegnamenti. 

Il suo verde ora sembra più sbiadito, ma è solo il tempo, quella variabile che sapevamo fermare a piacimento, correndo sul suo soffice manto erboso o riposandoci all’ombra delle sue fronde.

Ma i suoi colori, i suoi profumi, quel senso di libertà che solo il campo sapeva donare, nessuno li cancellerà mai, basta un pizzico di magia, ci credi?

Salva il parco di via decorati

Firma anche tu la petizione di Change.org per dare il tuo contributo alla lotta ambientalista, preservando l’ecosistema locale e una delle aree verdi più importanti del quartiere Voltabrusegana di Padova.

Andrea Caenazzo
Andrea Caenazzo
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