Echi silenziosi di Gaza: tra speranza e sopravvivenza

Liberamente ispirato dal diario di Hind Khoudary, giornalista palestinese e content producer del World Food Programme delle Nazioni Unite.

Contesto. Tra il 24 novembre e il 4 dicembre 2023, una breve tregua umanitaria ha dato un momentaneo sollievo a Gaza, una regione in cui quasi 1,8 milioni di persone, (circa l’80% della popolazione) erano state costrette a lasciare le proprie case.
Durante questo periodo, sono stati introdotti aiuti essenziali in un’area dove la mancanza di risorse vitali aveva raggiunto livelli critici. Hind Khoudary, attraverso le sue cronache, ci porta dentro la realtà di una comunità che lotta non solo per sopravvivere ma anche per mantenere viva la speranza in un contesto in cui il confine dell’umanità risulta sempre meno nitido.

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Il sospiro della tregua

L’alba spezza il dominio della notte su Gaza, ma io sono già sveglia, avvolta da un silenzio che non ha nulla di rassicurante. È la mattina del 24 novembre, il primo giorno della pausa umanitaria promessa, più che un sospiro, un’apnea forzata che, per una manciata di ore, fa dimenticare i miasmi di un conflitto in continua evoluzione. 

Con il cuore appesantito da mille interrogativi, cammino verso quello che un tempo avrebbe dovuto essere un santuario lontano dalla furia della guerra, l’ospedale di Al Aqsa. Il condizionale è d’obbligo, perché quello che trovo davanti ai miei occhi è l’inferno. E, mentre le ambulanze si precipitano a soccorrere i feriti, le voci si accavallano, in una crudele trama di disperazione. “Volevamo solo tornare a casa”, grida un uomo ferito, circondato dai medici che combattono contro il tempo per salvare i suoi arti e le vite di chi, come lui, è stato schiacciato da un conflitto senza senso.

Il pavimento dell’ospedale, una volta bianco, è ora ornato da un tetro mosaico di sangue, anche se passa in secondo piano rispetto alla pesantezza dell’aria: un’angoscia mista a disperazione in un mare di dolore. Ci vuole forza per sopportare il fardello di questa consapevolezza, e per non perderla bisogna lavarsi di dosso quelle immagini quando il loro peso blocca i nostri passi. Per questo motivo, in mezzo a questo caos, cerco un’oasi di pace sulla riva del mare.

Il mare mi fa tornare in uno stato di quiete quasi ancestrale, come se potessi in un attimo rifugiarmi nuovamente nell’utero materno. Il mare di Gaza l’avevo evitato per settimane. Non volevo contaminarlo con i miei pensieri o gettare fra le sue onde un fardello che, come tanti, ho scelto di portare sulle spalle.

Lungo la spiaggia osservo i bambini giocare, ignari o indifferenti al caos che li circonda, a soli pochi metri di distanza. Sentire le loro risate mi provoca un dolce vuoto nel petto, un pugno dritto al macigno che continua a trascinarmi a fondo e prova in tutti i modi a farmi perdere la luce della speranza. Quella speranza rappresentata ora dalla leggerezza di quelle giovani vite che, fra una corsa e un distratto sguardo all’orizzonte, riflettono le loro piccole sagome fra le torbide acque di un presente che nessuno di loro ha scelto. E, mentre il sole li accarezza, mi aggrappo a un pensiero: a questa tregua seguirà una pace? O siamo solo nell’occhio di un ciclone ancora inespresso?

La giornata si chiude con un tramonto che tinge di rosso il cielo sopra Gaza, un rosso che sembra presagire altro sangue da versare. Torno verso l’interno, portando con me la doppia immagine di un mare che consola e di un ospedale che implora pietà, simboli di una città eternamente divisa tra vita e morte.

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L’ombra della scarsità

Il breve respiro della tregua svanisce rapidamente mentre le strade svuotate di Gaza aprono gli occhi a una nuova realtà di desolazione. I negozi, una volta pieni di vita e colori, ora riflettono solo il vuoto dell’assenza: gli scaffali spogli, le insegne che annunciano la mancanza di lievito e sale come un crudele monito.

Cammino per il mercato di Deir El Balah, un tempo il cuore pulsante della nostra comunità, ora ridotto a chiassoso eco di un’abbondanza perduta. La ricerca di cibo diventa un pellegrinaggio tra i banchi spogli; pomodori, cetrioli e arance sono le uniche reliquie di un passato più che mai lontano. Ogni frutto raccolto è un piccolo trionfo, una vittoria contro la carestia che ci stringe sempre più forte.

Le persone si muovono tra gli scaffali vuoti con una dignità d’altri tempi. Ognuno di quei volti è il ritratto di un popolo che non ha perso il senso di comunità, anche se l’identità collettiva, frammentata e sconvolta, deve fare i conti prima di tutto con la fame. C’è chi cerca qualcosa da dare ai propri figli, chi si illude di sfamarsi con dolci che non esistono più. La realtà è ora questione di sopravvivenza, nulla di più.

Il sole lascia spazio agli ultimi raggi, prima di tramontare su un’altra giornata sospesa su un piedistallo quanto mai instabile. Il silenzio delle strade è interrotto solo dal ronzio dei droni, testimoni di una quiete resa effimera dalla violenza circostante. Da poco ho infatti appreso la notizia che la mia casa è stata distrutta dai bombardamenti. L’ho scoperto da un video su Instagram. Uno stupido video su Instagram. È il definitivo colpo di grazia alla mia resilienza.

La mia casa, il mio rifugio non c’è più. Il pensiero è talmente distante da sembrare assurdo. Eppure ci sono dentro con tutta me stessa. Vorrei illudermi di essermi sbagliata, di aver visto qualcos’altro, come se la cosa potesse consolarmi. La verità è che mi manca il coraggio di verificare di persona; le pesanti restrizioni alla mobilità ci tengono prigionieri nella nostra stessa terra, privandoci anche dell’umanità del dolore, piangendo ciò che abbiamo perso per sempre.

Per fortuna c’è la notte che, nel suo manto di stelle, ci fa scoprire ancora umani. Condividiamo ciò che abbiamo, anche se è poco: un pezzo di pane, qualche verdura, un abbraccio a chi condivide il tuo stesso destino. Questa è Gaza sotto la tregua: un posto in cui la speranza è tanto rara quanto il cibo, e dove ogni giorno di quiete è solo l’antipasto di una tempesta che ritorna sempre, più feroce di prima.

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Tra la disperazione e la speranza

Nemmeno le luci dell’aurora portano un flebile presentimento di pace. Il fragore degli attacchi aerei sveglia tutti allo stesso modo e una nuova consapevolezza prende il sopravvento nella vertigine dei nostri sguardi. La tregua è finita.

I caccia israeliani non si fanno attendere e tornano a sfrecciare nel cielo di Gaza disseminando il terrore. Una violenta pioggia a cui siamo ormai abituati cade incessantemente sopra le nostre teste, ma non lava via il dolore. Sono le bombe che, senza pietà, spazzano via l’ultimo residuo di speranza lasciato dagli ultimi giorni di apparente tranquillità.

Non serve nemmeno il tempo di raggiungere il suo punto più alto, che il sole ha già illuminato ogni angolo di Gaza, rendendo nuovamente chiaro che nessun luogo è più al sicuro. La gente fugge da un rifugio all’altro, ma anche la sicurezza è una mera illusione in questa stretta striscia di terra. Ogni spostamento è un tiro di dadi, e ogni passo falso un errore imperdonabile.

La fame va di pari passo con la paura, rendendo poco lucida ogni decisione. La nostra è una dieta fatta di interminabili attese, di speranze annacquate e di pillole di sopravvivenza.

Comunicare col mondo esterno è impossibile. Le poche notizie arrivano a singhiozzo, facendosi largo tra le strette maglie del blackout mediatico che ci isola in questo inferno. Solo le tragedie piombano con una puntualità implacabile su di noi, troppo grande il loro peso da essere trattenuto dalla cortina di piombo che ci separa dal resto del mondo. A volte molti di noi si domandano quale delle due sia la vera realtà, sperando che tutto questo sia solo un brutto incubo. Ci aggrappiamo con disperazione a ogni frammento di notizia, per convincerci che esistiamo. Che siamo ancora vivi.

Finché arriva la notte. Una volta compassionevole, ora spietata. E fra le esplosioni, i pianti e i silenzi assordanti si fa largo un sentimento che forse avevo custodito oltre le colonne di fumo, fra le macerie di quella che è stata la mia casa: la malinconia. Mi manca la mia famiglia, i miei amici, il mio letto, i piccoli piaceri della vita, la spontaneità di un gesto quotidiano che troppe volte diamo per scontato. Mi mancano i giorni senza paura. Quella forza che ci opprime e fa abbassare le nostre teste fino a dimenticare il cielo.

Siamo piegati è vero, ma non spezzati. Persiste in tutti gli abitanti di Gaza una tenacia che nemmeno le bombe possono cancellare. Restiamo umani, solidali, condividiamo quello che abbiamo con sincero affetto, ci supportiamo a vicenda, ci aiutiamo a rialzarci l’un l’altro. È questa la vera luce, la resistenza nata dalla disperazione e forgiata nella sofferenza.

Non sappiamo ancora quanto tutto questo durerà, né se avrà una fine. Ma in ogni alba che saluta Gaza, ogni notte che scende su di noi, c’è la promessa che, nonostante tutto, continueremo a lottare per il nostro diritto a vivere in un mondo di pace. È una promessa che facciamo non solo a noi stessi, ma a tutte le generazioni che verranno e che meritano un futuro migliore. E in quella promessa c’è la speranza che anche alla notte più lunga, seguirà una nuova alba.

Non sappiamo quando questa situazione finirà, o se finirà. Ma in ogni alba che sorgerà su Gaza e in ogni notte che scenderà su di noi, c’è la promessa che nonostante tutto, continueremo a lottare per la nostra dignità, per il nostro diritto a vivere in pace. È una promessa che facciamo non solo a noi stessi, ma a tutte le generazioni future che meritano un mondo migliore, come quei bambini che giocano in riva al mare.


Link correlati:
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Andrea Caenazzo
Andrea Caenazzo
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