Il dilemma del disoccupato: una storia tutta italiana

Contesto. L’Italia è sempre meno giovane. Le statistiche confermano che gli under 35 nel nostro Paese sono sempre meno. Quanto rivelato dal recente rapporto “Giovani 2024: il bilancio di una generazione” pubblicato da EURES per il Consiglio Nazionale dei Giovani e l’Agenzia Italiana per la Gioventù, apre diverse riflessioni su quella che appare come una macroscopica crisi giovanile, a partire dalla riduzione della popolazione Under 35 dello stivale. In vent’anni, l’Italia ha perso oltre un quinto dei suoi giovani, posizionandosi all’ultimo posto in Europa. Ma ciò che allarma, ormai da anni, è la crescente precarietà, specialmente tra i giovani lavoratori. Circa il 41% degli under 35 è impiegato in condizioni di instabilità lavorativa, come contratti a termine o stagionali, che offrono poca sicurezza e continuità. Questa instabilità è aggravata da retribuzioni notoriamente basse, specialmente nel confronto europeo.
Nell’Eurozona la crescita dei salari nel quarto trimestre del 2022 è stata mediamente del 4,5%, ben superiore a quella italiana. Questo distacco sottolinea l’inadeguatezza dei salari italiani non solo in termini di crescita annua, ma anche in confronto diretto con altri paesi europei dove i salari sono generalmente più alti e crescono a un ritmo più sostenuto. Questo scenario, combinato con la crescita dell’inflazione del 5,9% nel 2023, pone i giovani lavoratori italiani in una posizione particolarmente vulnerabile, con un calo del potere d’acquisto che li lascia con meno risorse per affrontare i costi della vita quotidiana e poche speranze di miglioramento economico nel breve termine.

Quella che stai per leggere è una storia di realistica fantasia, uno spaccato sul nostro Paese che vuole far luce sulla condizione di migliaia di giovani che ogni giorno lottano per costruire un futuro meno incerto.

Ulisse: il viaggio nell’ignoto di un giovane Italiano

A 34 anni sono ancora qui a cazzeggiare in un mare di incertezze, senza un lavoro fisso che si veda. Mi sembra ieri quando mi sono laureato e, con un master fresco di stampa, ho cominciato a spedire CV carico di speranze. «Il pezzo di carta è importante» dicevano «troverai subito un bel lavoro vedrai, sacrifici pagano sempre».L’unico che sta pagando, al momento, sono io. Con l’ultima bolletta da pagare che mi fissa ancora, lì ferma da una settimana sul tavolino da caffè. Le promesse di un futuro brillante si sono schiantate contro la dura realtà di un mercato del lavoro che è una vera giungla.

Quando è scoppiata la pandemia, ho aperto una partita IVA. Credevo ingenuamente di aumentare le mie chance, questo almeno è quello che continuo a raccontare a me e agli altri. In realtà, era solo un modo per le aziende di non assumere realmente, lasciandomi a penzolare senza una cazzo di tutela. Mi sono sentito solo un’altra pedina sfruttata, uno dei tanti. Quindi, ricapitolando, mi hanno fatto aprire una partita IVA, loro. Sarebbe più corretto, sì.

Guardo il mio curriculum pieno zeppo di esperienze e sacrifici, lavori sottopagati, alcuni pagati zero, altri per cui avanzo ancora soldi che forse mai rivedrò. Mi domando a cosa sia servito tutto questo casino. Ogni giorno è una lotta per non sprofondare nel pessimismo, mentre le opportunità sembrano svanire nel nulla. Come posso sperare in un futuro se il presente è una merda già così?

Ogni tanto il telefono squilla, altre la casella di posta mi notifica una nuova mail. “Forse stavolta è la volta buona”, pensi, sperando che questa sia la fine del tunnel. Inizi il giro dei colloqui: uno, due, tre… perdi il conto. Test psicoattitudinali, di logica, assessment di gruppo che sembrano giochi di sopravvivenza, progetti da preparare come compiti a casa, e poi ancora colloqui su colloqui. Arrivi a conoscere tutti di quell’azienda. Tutto questo per sentirsi dire, alla fine, “Ti faremo sapere”.

Il telefono, però, stavolta tace. Nessuna mail, nessuna chiamata. Sembra che il mio CV finisca in un buco nero. È frustrante, sai? Ti senti un coglione a sperare ancora, a credere che le cose possano cambiare. E intanto le bollette si accumulano, il conto in banca piange e tu cominci a chiederti se vali davvero così poco.

“Avranno trovato qualcuno migliore?”, ti chiedi mentre cerchi di non farti sopraffare dall’ansia. “O forse è colpa mia che non sono abbastanza… chissà.” E in questo labirinto di dubbi e auto-colpevolizzazione, finisci per perdere non solo le opportunità, ma anche pezzi di te stesso.

I giorni diventano settimane, le settimane diventano mesi, e la speranza comincia a scivolare via come sabbia tra le dita. È difficile mantenere alta la testa quando ogni tentativo si trasforma in un altro fallimento. La depressione bussa alla porta, subdola, insinuandosi lentamente nella mia vita quotidiana. Mi guardo allo specchio e non riconosco più l’uomo che ero; quello che sorrideva sicuro di sé e dei suoi sogni.

La solitudine di queste giornate è assordante. Amici e conoscenti vanno avanti con le loro vite, e io mi sento sempre più un estraneo nel mio stesso mondo, ancorato a un presente di cui sono prigioniero, condannato a osservare il futuro da lontano, come semplice spettatore. “Forse non sono tagliato per questo,” mi ripeto in un loop infinito che non fa altro che alimentare la mia insicurezza. La lotta per mantenere a galla l’autostima è una battaglia quotidiana che spesso sembra persa in partenza.

Per fortuna c’è una parte di me che si rifiuta di arrendersi completamente. In un impeto di lucidità, decido di cercare aiuto professionale. La terapia con la psicologa diventa l’ancora che mi impedisce di affondare completamente. Lo sport e gli amici fanno il resto.

“Non sei solo,” mi dicono tutti. E in qualche modo, quelle parole semplici suonano come una rivelazione. Non è magia, non si risolve tutto da un giorno all’altro, ma aprirmi a punti di vista differenti mi fa riscoprire la speranza. Forse, forse c’è ancora qualcosa che posso fare, che posso cambiare.

Non so cosa mi riserva il futuro. Non ci sono garanzie che le cose migliorino subito o che il percorso sia meno tortuoso. So solo che sto ritrovando qualcosa di prezioso: la forza di continuare a combattere. Di non lasciare che l’ombra della disperazione inghiotta tutto ciò che ho costruito. Di tenere acceso quel lumicino di speranza, perché senza, tutto diventa insopportabilmente buio.

Andrea Caenazzo
Andrea Caenazzo
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